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Home Forse non tutti sanno che

I contadini siciliani di una volta, raccontati da Danilo Dolci.

da Redazione
09/12/2025
in Forse non tutti sanno che
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Dal secondo dopoguerra, prima lentamente, poi, dopo il boom, più velocemente, l’Italia è uscita dalla povertà. Ma per tutti gli anni 40/50/60/70 ci sono state in Italia zone rimaste molto arretrate dove la luce elettrica arrivava e l’alfabetizzazione arrancava. Chi abitava in queste zone? Cosa faceva? Soprattutto cosa pensava? Molti scrittori hanno provato a raccontare la vita dei contadini, degli esclusi: Rocco Scotellaro, Ignazio Silone, Carlo Levi, per esempio, con il loro genio letterario. Ma c’è uno scrittore meno noto, Danilo Dolci, figura importante, poco raccontata, che fu sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza. Fu soprannominato il Gandhi della Sicilia (perché lì, a Partinico, stabilì la sua base operativa). 

Erano gli anni ’50, i racconti dei media qualche volta parlavano della provincia siciliana e di Palermo, identificata quasi all’unanimità, dalla «Stampa del Nord», come il «Triangolo della violenza» o della «morte» a causa dei problemi della mafia e del banditismo, mentre una celebre inchiesta parlamentare ne parlava come dell’area «più povera di Italia».  Danilo Dolci fu l’artefice di un processo che oggi diremmo rivoluzionario ma non violento, proprio in una delle zone più violente d’Europa. Per agire, cambiò punto di vista, per esempio praticando lo sciopero della fame e valorizzando alcune nuove norme di protesta, come per esempio lo «sciopero dello zelo» o «alla rovescia». Invece di incrociare le braccia si lavorava per riqualificare un’opera, magari una mulattiera essenziale per le vie di comunicazione che l’amministrazione locale non si decideva a riqualificare. Una modalità di agire nella fame, nella disperazione che dava dignità agli affamati, che va bene, lavoravano gratuitamente ma senza un padrone, facendo utili esperienze di comunità, come, appunto, organizzarsi per ricostruire una strada. Danilo Dolci ha anche scritto dei racconti. 

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Per amore di precisione andrebbe spiegato che ha scritto racconti ascoltando gli esclusi. Per lui la dignità nasceva dall’ascolto. Racconti siciliani è una raccolta di ascolti. Danilo Dolci ha scritto (ascoltando e cercando di non cambiarne lo stile, perché l’invenzione della lingua doveva conservare parole e giri di frase del dialetto) ricordi, emozioni e sensazioni di alcune persone, tutti poveri, selvaggi, spesso violenti, sempre emarginati. I racconti prendono il nome proprio dei protagonisti: ne viene fuori un grande affresco di letteratura orale. Vincenzo, un povero selvaggio, di professione pastore, comincia così: “Tre notti fa sognai porci. E vacche pure, macchie d’erba. Io ogni notte mi sogno sempre vacche e montagne, capre, pecore, agnelli. Combattevo sempre con questi animali e sempre li penso. Stanotte mi sono sognato di essere nei territori miei e poi veniva uno dentro, come fosse che era mio padre. Mio padre portava una pecora con due agnelli e l’agnello uno lo nutriva la vacca e uno lo nutriva la pecora. Veniva un vecchio pure e mi ammazzava l’agnello e poi c’era la gallina coricata, che faceva le uova, e quello schiacciava le uova”. 

In questa sgrammaticatura disordinata c’è tuttavia la vita di un uomo, le sue emozioni e i suoi sogni (che quando mai venivano raccontati) cresciuto in condizioni di estrema povertà, nato e vissuto in mezzo agli animali (infatti li sogna) che vede il padre andare in prigione, che sa contare fino a 5, che non conosce i soldi perché non andava mai in paese e quindi non vedeva cristiani. A un certo punto dice: “Ho anche un fratello di tredici anni, uno di dodici anni e non sanno contare e non conoscono i soldi. Poi c’è un fratellino di cinque anni e una sorella di sei anni. Gli altri due, morti, e ho pure una sorella dietro di me, ma che so quanti anni ha? Dodici forse, sedici, non so: si è sposata intanto che sono in galera io”.

 Il racconto riesce a far parlare un analfabeta, un selvaggio vero (molti racconti parlano dell’Italia degli anni ’50, quella che si stava avviando al Boom economico che ebbe il suo punto di massima intensità nel 1961), raccontando sia la vita quotidiana, fatta di bestie, sconfitte, violenze, ma anche  i sogni e le aspirazioni: “Come vorrei la mia vita? Combattere con gli animali. Sapere fare un conto. Conoscere i soldi. Industriarsi, comprare le cose e venderle e guadagnarci. Comprare le scarpe per cento lire, per esempio, e rivenderle per duecento. Quanto costa un paio di scarpe? Da quando son nato ho avuto quattro paia di scarpe. Quando è uscito mio padre da galera me ne ha preso il primo paio, poi si spaccarono e me ne ha preso un altro paio, adesso queste di gomma me le ha portate un cugino mio quando c’è stata la causa. Avevo un paio di scarpe ma avevano i chiodi e scivolavo e mi ribaltavo sul cemento e sulle scale e allora le ho mandate a casa e camminavo scalzo”. 

La lettura di Vincenzo e degli altri racconti è un salutare bagno di realtà. Descrive anche un metodo di lavoro che andrebbe diffuso il più possibile: svolgere inchieste sul campo in prima persona, raccogliendo con cura testimonianze dirette delle persone, evidenziando anche la loro capacità di resistenza. L’ascolto partecipe dovrebbe essere lo strumento migliore per uno scrittore. Sicuramente lo era per Danilo Dolci, anzi diventava pratica sociale e forma di ribellione non-violenta, capace di nutrirsi di sensibilità e arte. E anche se quella sensibilità riguardava pecore, capre, animali vari, quelli come Vincenzo, non dobbiamo dimenticarlo erano capaci di interrogarsi, a loro modo, anche sulle stelle: “Che cosa sono le stelle del cielo? Ma io che so. C’è la luna che fa da sole. Lo capisco le stelle di notte: affacciano fuori e vedo tante stelle. Deve essere un fumo, tutto il fumo che si fa, sale tutto in cielo. Il fumo che si fa, sale tutto in cielo e di notte c’è quando si vede e c’è quando non si vede. La luna è fatta di cielo, il cielo è fatto di fumo che si fa in terra e è salito. E certe volte di mattina c’è pure la luna quando viene il sole. Le stelle camminano nella notte, camminano sempre”. C’è tutto, la strana legge morale di Vincenzo e le stelle che non si sanno definire sopra di lui.

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