Siamo a cena in un ristorante, o magari, più prosaicamente, ci aggiriamo nei supermercati per la spesa, e quindi, contenti o indaffarati, non ci pensiamo. Allo stretto di Hormuz, dico.
Eppure, la chiusura dello stretto potrebbe mettere a rischio ristoranti e spesa, e nei prossimi mesi, potremmo trovarci ad affrontare una nuova austerity, uguale ma diversa da quella del 1973, quando i paesi arabi, per contestare il sostegno occidentale a Israele impegnato nella guerra del Kippur, misero in atto un blocco petrolifero. Ne seguì una lunga crisi che comportò l’introduzione di misure di austerità come il divieto di usare le automobili di domenica.
Anche questa volta c’entra il petrolio, ma la crisi è diversa perché la chiusura dello stretto di Hormuz sta incidendo non tanto sulle domeniche, ma sull’agricoltura.
Difatti, molti agricoltori, soprattutto quelli dei paesi più poveri, sono in sofferenza sia a causa del prezzo del gasolio per i trattori, sia a causa dei fertilizzanti. I fertilizzanti, quelli azotati soprattutto, sono indispensabili per nutrire la pianta.
Per produrre fertilizzanti azotati ci vuole molta energia, dunque per dare fuoco alle polveri si usa il gas naturale, il cui costo è in aumento, anche per la chiusura dello stretto.
Un problema ne causa un altro. Tanto che una grande azienda come Kpler che fornisce dati per orientarsi più facilmente nel commercio globale, soprattutto quello marittimo, stima che per il Golfo Persico transita il 30-35% del commercio internazionale di urea e circa il 20-30% di ammoniaca. Insomma, quasi il 30% del commercio mondiale di fertilizzanti transita per Hormuz.
La guerra ha bloccato questo flusso, immobilizzando quasi 1,9 milioni di tonnellate di fertilizzanti (l’Asia e l’Africa dipendono dai fertilizzanti provenienti dal Golfo). Inoltre, vero che alcuni paesi più ricchi conservano scorte di fertilizzanti o ne usano in abbondanza, ma è anche vero che non esiste un sistema globale di scorte di fertilizzanti, come invece accade per il petrolio. Difatti, i prezzi dell’urea e dell’ammoniaca sono aumentati rispettivamente del 65% e del 40% dall’inizio della guerra.
Questo significa che in chiave globale molti agricoltori (come dicevamo), visto il costo del gasolio e quello dei fertilizzanti, stanno riducendo le semine e la concimazione, il che inevitabilmente si traduce in raccolti inferiori e prezzi più alti.
Conseguenze? Il Programma Alimentare Mondiale stima che se il blocco dovesse protrarsi fino a metà anno, 45 milioni di vite sarebbero a rischio, in aggiunta agli oltre 300 milioni di persone che già faticano a procurarsi il cibo.
Va considerato che il nostro Paese, certamente lontano dalla povertà estrema, presenta diseguaglianze tra Nord e Sud. Quindi, se la situazione si dovesse prolungare, il Sud potrebbe avere più problemi del Nord.
Per il momento prenotiamo ristoranti e facciamo la spesa, ma è bene sapere che sul lungo periodo potrebbe attenderci una crisi diversa dalla carestia convenzionale, cioè localizzata in un luogo. Sarebbe una crisi che per una sorta di effetto domino dai punti più poveri del pianeta si diffonderebbe fino da noi.
Del resto, dopo che Russia e Ucraina, entrambe grandi esportatrici di cereali, sono entrate in guerra nel 2022, i prezzi dei generi alimentari si sono alzati. C’è chi ritiene che a causa di quel conflitto, siano morte più persone per fame che sul campo di battaglia.
Nei prossimi mesi potrebbe essere peggio. A meno che lo stretto non riapra rapidamente e il petrolio, il gas naturale e i fertilizzanti non riprendano a fluire, la guerra in Iran potrebbe portare a nuove misure di austerity, certo diverse da quelle del 1973 ma forse peggiori, soprattutto al Sud.







