La metafora è parecchio suggestiva: la nostra vita deve incontrare la dimensione del maggese. La si deve a Masud Khan (controverso) psicoanalista di origine pakistana, prima paziente, poi allievo e infine amico di Winnicot.
Masud Khan (1924/1989) prendeva a prestito dall’agronomia la pratica del maggese, cioè l’atavica consuetudine di lasciare i terreni a riposo, per invitarci a “disporre di uno spazio privato non integrato e di restare oziosi” (Khan, 1983). Insomma Khan ci invitava a coltivare uno stato di maggese che – grazie alla capacità di rilassamento corporeo, alla connessione con la propria intimità – dovrebbe portarci verso una dimensione psichica di ozio creativo.
Ora, l’argomentazione di Masud Khan ha il suo fascino, andrebbe bene sia nei corsi di self help, sia in quei meeting aziendali motivazionali, e non dispiace nemmeno ricordarla durante i convegni letterari, ne ricavi un sicuro applauso, ma è indicativo che Khan abbia, appunto, preso a prestito una pratica che per millenni è stata comunemente usata in agricoltura e che – come sostengono molti storici – ha anche condannato la stessa agricoltura alla povertà. Probabilmente l’agricoltura è stata una dimensione stagnante anche perché è rimasta schiava del maggese.
I campi, le terre non venivano concimati. La nutrizione del suolo e delle piante è una pratica del XX secolo. Per millenni, a parte il letame (che contiene certo macroelementi sì, ma non a sufficienza) per avere un po’ di azoto (che è stato scoperto solo nel 1770), per esempio, bisognava aspettare che fulmini e saette rompessero i legami delle molecole di azoto e le piogge poi facessero precipitare gli ossidi di azoto. Nel terreno, dunque, una serie di reazioni rendevano disponibile il macro nutriente.
Ci si organizzava come si poteva, ma quasi sempre si ricorreva al maggese. Lo storico inglese Tim Blanning nel suo L’età della Gloria sottolinea che: “a seconda della fertilità naturale del suolo, la terra veniva lasciata incolta ad anni alterni, secondo il cosiddetto sistema a due campi”, oppure ogni tre anni, secondo il sistema a tre campi». Ciò significa che in ogni momento vi era metà o un terzo della terra arabile che non veniva coltivata.
A proposito di sistemi di rotazione, è bene ricordare che in Francia un sistema a tre campi si affermò nelle fertili regioni cerealicole a nord della Loira: il primo anno venivano coltivati grano o segale, il secondo cereali primaverili come orzo o avena, il terzo il terreno veniva lasciato a maggese.
Questo in Francia, ma nelle regioni meno favorite del Sud, si doveva ricorrere a un sistema a due campi, poiché a causa della minore fertilità del terreno e del clima, tutta la penisola iberica, nonostante i periodici tentativi di passare a un sistema a tre campi, le caratteristiche del terreno imposero il pre-dominio del sistema biennale.
Insomma, nei campi, l’ozio dei terreni non porta alla creatività, ma alla schiavitù, perdevi sempre un terzo o metà della produzione ed eri schiavo di questa bassa produzione che significava tanta fame e tanti sforzi e sofferenze e molti morti premature.
In questo numero raccontiamo brevemente la storia del maggese, quello agronomico, si intende. Per quello psichico è un’altra storia, anzi, magari in questa dimensione magari funziona.







