La nostalgia rallenta l’innovazione. Forse il concetto potrebbe essere scritto in forma di domanda, ma sono (quasi) sicuro che sia un’affermazione corretta.
Anzi, agli albori, per alcuni la nostalgia era una malattia mortale. Anche perché il termine, coniato originariamente alla fine del XVII secolo, descriveva proprio una malattia grave.
Si manifestava in risposta a cambiamenti e disagi e aveva tutto un corollario di sintomi che includevano febbre, perdita di appetito e palpitazioni cardiache. La prognosi, se non trattata, era la morte. Appunto.
Poi è ovvio, chi oggi si sognerebbe mai di considerare la nostalgia una malattia. Il sentimento della nostalgia, per quanto vago, è concesso a tutti, è descritto, cantato, spesso desiderato.
Però pensate alla velocità con cui ci muoviamo, pensate all’enorme rete neuronale formata da 8 e passa miliardi di individui che pensando e pensando scoprono qualcosa di nuovo, pensate alle complesse questioni geopolitiche che innervano il mondo, formando ora ponti culturali, ora bolle impenetrabili e nemiche l’una con l’altra. Pensate ancora alle perturbazioni economiche degli ultimi anni.
Ecco, se il quadro è questo, allora la nostalgia, soprattutto quando significa ritorno a un passato idealizzato, potrebbe essere una condizione grave, persino mortale, almeno per l’innovazione.
Esempio? Le politiche americane basate sulla premessa di ripristinare la grandezza del passato: Make America Great Again. Pensate a quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 2 aprile 2025 ha dichiarato “Rimetteremo al lavoro i minatori, potreste dare loro un attico sulla Fifth Avenue e un lavoro diverso, e non sarebbero contenti. Vogliono estrarre carbone; è quello che amano fare”.
Che dire? Che bei tempi quando si faceva il minatore.
Gli storici ci avvertono: tentativi di strumentalizzare i sentimenti nostalgici sono pericolosi. I paesi che hanno abbracciato politiche nostalgiche le hanno abbandonate o sono caduti in rovina.
Pensate al Giappone, quando nel 1603 emanò le disposizioni Sakoku – o paese incatenato – che impedivano ai giapponesi di andare all’estero. Se i giapponesi se ne fossero andati comunque, non avrebbero potuto tornare. Il governo interruppe anche quasi tutte le relazioni diplomatiche con gli altri paesi.
Poi, vero che il Giappone mantenne alcuni scambi commerciali con la Cina attraverso il porto di Nagasaki e permise l’ingresso di alcuni libri stranieri, principalmente provenienti dai Paesi Bassi protestanti, tuttavia nel complesso, si auto-sequestrò.
Alcuni funzionari giapponesi riconoscevano che il Sakoku avrebbe potuto privare il loro Paese di innovazioni. Tuttavia, decisero che ne valeva la pena, perché l’influenza corruttrice del resto del mondo era troppo grande.
Vero che il nuovo isolamento del Paese era in parte motivato dal desiderio di arginare il potere dei magnati commerciali, i signori daimyo che avevano tratto profitto dai legami commerciali a spese del governo centrale, ma c’era soprattutto una componente culturale: il mondo stava cambiando e il cambiamento era vissuto come una minaccia ai valori di una società tradizionale minacciata dal cambiamento.
Esempi di nostalgia mortale nella storia sono molto frequenti (il desiderio dell’Europa, dopo la Prima Guerra Mondiale, di tornare a un passato agricolo contribuì a portare al fascismo) e faremo bene a studiare le innovazioni prima di alzare un muro verso quelle che a tutti gli effetti sono una nuova forma di conoscenza, non tradizionale certo, ma non per questo meno interessante.
In campo agricolo, ma non solo, per esempio, la Cina (che un cattivo, quando consolatorio, immaginario considera un paese di copioni) ha fatto tanto di quei passi avanti nel campo delle biotecnologie, per esempio nel Crisper Cas 9, da insediare seriamente il primato occidentale e americano.
Non è una buona notizia, molte speranze sono legate a un buon uso delle biotecnologie, non solo culturale ma anche economico, Dovremmo discuterne (brevetti, finanziamenti, priorità, limiti) invece di cercare di tornare (simbolicamente) al tempo dei minatori.
L’isolamento non protegge né promuove le civiltà, spesso le rovina.







