Com’era organizzata l’Italia agricola al tempo dell’Unità (1861)? Gli storici sottolineano che sì, il paesaggio agrario italiano era estremamente variegato, ma si distinguevano tre grandi aree, a loro volta non del tutto omogenee.
La prima era l’area padana, dove grazie a secoli di investimenti si erano formate aziende agrarie medie e grandi che gravitavano attorno alla cascina diretta da un imprenditore, e che impiegavano lavoratori salariati.
La seconda, quella dell’Italia centrale, organizzata in poderi a conduzione familiare con contratti di affitto o mezzadria.
Infine, il grande latifondo nell’Italia meridionale, che impiegava manodopera bracciantile. Accanto al latifondo c’erano aziende agricole rette da un sistema di affitto.
Poi – aggiungono gli storici – Gallo, Loreto – ovunque in Italia era diffusa la piccola o piccolissima proprietà della terra, con cui le famiglie contadine potevano integrare il reddito principale e ricavare un minimo per il sostentamento, anche mediante la vendita dei prodotti sul mercato.
Discorso a parte per le comunità alpine e appenniniche, dove esistevano ulteriori forme di produzione e lavoro, quelle, per esempio, caratterizzate da contatti, scambi e forme di mobilità verso le aree di pianura.
Sia come sia – ci ricorda Manfredi Alberti nel suo libro Il lavoro in Italia da poco pubblicato da Carocci – a prescindere dalla diversificazione orografiche e produttive delle diverse aree, la vita lavorativa “di operai e contadini era quasi ovunque accomunata da tre elementi distintivi: l’instabilità dell’occupazione derivante dall’irregolarità dei processi produttivi, lo stato di diffusa miseria e l’assenza di disciplina giuridica che andasse al di là della dimensione senza di una individuale del rapporto di lavoro”.
Del resto, il primo censimento dell’Italia unita, effettuato il 31 dicembre 1861, registrava che la precarietà era una cifra essenziale della vita dei lavoratori. Anche in regioni più avanzate come la Lombardia. “la misera è la sorte dell’agricoltore, il cui contratto, sebbene talvolta si stipuli per un intero anno, e talvolta si prolunghi per tutta la vita, il più spesso si limita alla giornata”.
Alla voce lavoratori si legge contadino, ovviamente. Questo perché – e fa fede il primo censimento post unitario – il 70% dei lavoratori trovava la propria occupazione principale nel settore agricolo, tradizionalmente connotato dalla stagionalità e dalla variabilità dei tempi di lavoro.
I braccianti, la categoria di salariati più esposta all’instabilità dell’occupazione e allo sfruttamento, costituivano allora circa il 35% degli attivi in agricoltura, e sarebbero cresciuti nei decenni successivi diffondendosi soprattutto in alcune aree del paese, fra cui la Pianura Padana e il Tavoliere pugliese.
Chi stava meglio? Solo alcune categorie di lavoratori, come quelle dipendenti da attività gestite dallo Stato, le operaie della Manifattura Tabacchi, oppure gli addetti al servizio ferroviario.
Precisazione: stavano meglio solo se messi a confronto con i semplici manovali, visto che i primi godevano di una maggiore continuità di lavoro.
Le condizioni lavorative favorivano l’emigrazione. Non per niente, nel 1889 Edmondo De Amicis pubblicò Sull’oceano, un romanzo dove raccontò di «gente costretta a emigrare dalla dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria”
Questo era il quadro: miseria, malattia, pellagra, malaria, e ovviamente dell’emigrazione. Quest’ultima da una parte era considerata un male minore e comunque inevitabile, dall’altra destava preoccupazione, perché c’erano meno lavoratori e dunque lo spopolamento delle campagne e la conseguente scarsità di manodopera, avrebbe potuto minare il rapporto tra agrarie e contadini.
Fatto sta che tutti questi elementi che costituivano la litania del male avrebbero portato alle lotte contadine, alle prime organizzazioni contadine e operaie di mutuo soccorso e anche a scoprire la questione sociale che poi coincideva con la questione meridionale.
Consapevoli che oggi si vive meglio e che molti parametri sono migliorati, grazie alla modernità, alle innovazioni, alle lotte contadine operaie, con questo numero, ricordando la miseria di ieri, cercheremo di analizzare la sempre (purtroppo) attuale questione meridionale: il Sud ha problemi atavici che si porta dietro nuove forme di miseria, emigrazione e malattie.
Problemi che vanno affrontati per migliorare il nostro Paese.







