L’antropologa Gaia Cottino scrive un bel libro, Cavallette a Colazione (Utet, 2024). Per raccontare il cibo del futuro – che non saranno solo cavallette, perché, visto il gradiente geopolitico, da Est a Ovest, da Sud a Nord, arriveranno molti altri cibi gustosi – e insomma, dicevamo, Cottino, per raccontare il cibo del futuro, da buona antropologa, scrive delle pagine molte belle in cui analizza il cibo di ieri.
Nella sostanza il cibo di ieri era parecchio scarso. E Cottino ci tiene a sottolineare questo aspetto. Per esempio, fa molto piacere ritrovare un commento a un vecchio e purtroppo non molto ricordato libro di Miriam Mafai, Pane nero (1987), che è uno sguardo sulla sulle donne dalla Resistenza fino al boom, ma dove si racconta anche del pane nero.
Scrive Miriam Maffai: “I mesi dell’occupazione nazista sono spietati: si mangia tutto quello che è appena commestibile: si fa la fila per le cipolle, le rape, i broccoli. Il pane, poco, è solo nero: quello bianco un privilegio riservato, per lo più, alle tavole dei fascisti e dei nazisti. I prezzi dei generi di prima necessità salgono alle stelle: «chi ha argenteria, ori, lenzuola, biancheria ricamata, orologi, oggetti antichi li vende per poter comprare farina, olio, zucchero»
Giustamente Cottino fa notare che oggi il pane nero è un must: “si assiste a un rovesciamento, il pane bianco diventato accessibile ed economico non è più un privilegio delle élites, le quali invece si distinguono scegliendo proprio il pane nero, fatto di farine di grani antichi”.
Il libro, dunque, raccontando chi eravamo (il cibo con le sue tradizioni, obbligazioni, limitazioni, ci definisce molto) analizza chi, visto i nuovi cibi che stanno per arrivare, potremmo essere (il nuovo cibo lo respingeremo? Lo accoglieremo, cambieremo alcune nostre tradizioni?).
Il libro ha una prefazione firmata da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Qui tuttavia c’è un punto che vorrei discutere, non sulle belle pagine di antropologia che Cottino – ripeto- scrive e che consiglio vivamente. Ma vorrei discutere su un bias di cui Slow Food è portatore sano (e Cottino anche, e la sinistra pure).
Il bias è espresso dalle parole di Carlo Petrini, riportate (e sostenute) dall’autrice a pag 57: “il cibo ci sta mangiando, non siamo noi a mangiare il cibo ma ci facciamo mangiare da un cibo omologato e poco naturale. Le lobby dell’agroalimentare vogliono farci credere che per sfamare la popolazione, abbiamo bisogno di incrementare la tecnologia e praticare l’agricoltura intensiva, ma il cibo per tutti già c’è. Produciamo cibo per 12 miliardi di persone e siamo meno di otto miliardi: il 30 % viene buttato.
In quest’affermazione ci sono molti meriti che Slow Food può vantare (l’impegno per un cibo di qualità) ma anche i molti demeriti agronomici: nella sostanza, in questo ambito, Slow Food sostiene tesi reazionarie, come la sinistra.
A parte il dato del 30% del cibo sprecato che andrebbe analizzato per bene. Prima di tutto, non sono dati certi, ma poi chi spreca di più sono proprio i paesi in via di sviluppo, nel senso che lì, mancando ancora una tecnologia agroalimentare, il prodotto nemmeno ci arriva al mercato. Noi sprechiamo perché facciamo male la spesa o sbagliamo la logistica del magazzino.
Va considerato poi che è meglio parlare di spreco che di povertà, e che alcune tecniche che con spregio vengono chiamate agricoltura intensiva, quali irrigazione, genetica, cura delle piante con agrofarmaci, erbicidi, nutrizione del suolo ecc., fanno in modo che una coltura riesca a produrre abbastanza cibo, sì. Altrimenti non ce ne sarebbe per tutti.
Perché (ed è un altro bias) il cibo non prodotto, magari lasciato sulla pianta perché attaccato da patogeni è un cibo sprecato. Una coltura non concimata non produce cibo a sufficienza, quindi ancora una volta: è cibo sprecato.
Ma è così difficile dare un’occhiata alle statistiche della resa madia del grano nei millenni? Dal tardo impero romano fino al 1960 si è attestata (fermata) intorno a una tonnellata/ha.
E’ difficile capire che la crescita demografica dai tre miliardi del 1960 a 8 miliardi attuali (arriveremo a 10/11), è dovuta anche al miglioramento dell’agricoltura? Al fatto che simbolicamente abbiamo detto addio al pane nero?
E’ difficile capire che senza il miglioramento genetico non ci sarebbe abbondanza di prodotti, ma solo prodotti naturali, che sono belli da citare nei convegni per chiamare l’applauso, ma non buoni da mangiare? Un mais naturale nemmeno lo riconoscereste.
E’ difficile capirlo?
E’ difficile capire che grazie alle innovazioni in agricoltura, che con spregio chiamiamo intensiva, siamo riusciti a sconfiggere la fame, nonché sostenere le esigenze di una popolazione in crescita (pure troppo, vista l’epidemia di obesità). Che in virtù di questo cambiamento abbiamo smesso di fare gli agricoltori in massa (con tutte le conseguenze che le famiglie contadine e patriarcali portavano con sé, per esempio la scarsa alfabetizzazione nonché la mancata ascesa sociale, delle donne soprattutto).
Dunque, siamo riusciti a creare un settore terziario di tutto rispetto (visto che non c’è bisogno di braccia nel campi) e infine promuovere l’emancipazione femminile?
Insomma, uscendo dal regime del pane nero e dunque godendo del pane bianco, possiamo anche romanzare su quello nero.
Ma se non adottiamo tecniche moderne torniamo al pane nero. In un attimo torniamo a quelle descrizioni della fame e delle ingiustizie sociali di le pagine di Cottino parlano con precisione.
Slow Food, volendo attirare l’attenzione su alcuni errori della rivoluzione verde, ha finito per contestarla in toto. Il paradosso è che è riuscita a proporre cibo gustoso e buono (e costoso) a tutti, grazie alla rivoluzione verde, altrimenti (limitati dalla fame) non avremmo nemmeno avuto lo sfizio di parlare di riscoperte di prodotti tipici.
Ma parlando di Slow Food ha fatto dimenticare un po’ a tutti la realtà della fabbrica agricola. Ha fatto dimenticare a tutti, antropologi compresi, che senza innovazioni (DNA ricombinate, Crisper Cas9, nuovi agrofarmaci, nuove ricerche, agricoltura di precisione ecc.), non risolveremo i problemi che si sono venuti a creare ma precipiteremo del pane nero.
Peccato che in agricoltura il vago termine “agricoltura intensiva” susciti così tanti sospetti. Tra l’altro l’agricoltura intensiva è una modalità agronomica sostenuta dagli esperti in sostenibilità ambientale: meglio concentrare la produzione su poca terra e liberarne tanta (poi si spera per farne boschi o magnifici giardini e con piazza id cemento).
Nella sostanza, Slow Food senza agricoltura moderna non potrebbe esistere.
Peccato che non si riesca a disertare l’aratro, voglio dire che la foga dell’antico e della riscoperta di vecchi sapori (poi vecchi quando?) impedisca la conoscenza delle nuove tecniche agronomiche, tutte votate al risparmio dell’acqua, ai concimi, agli agrofarmaci.
Niente da fare, anche per colpa di Slow Food, il bias del naturale e dell’antico siamo duri a morire e che spingono le nuove generazioni a guardare a cibo del passato e non a quello del futuro
E se dei bravi antropologi elogiano il cibo del futuro (rispetto a quello del passato) poi finiscono per contestare l’agricoltura moderna, la sola che rende credibile il vecchio motto di Slow Food, cibo buono (grazie alla genetica) pulito (grazie agli agrofarmaci e spero alle nuove tecnologie genetiche) e giusto (su quello c’è da lavorare).
Detto questo, Cavallette a colazione è un bel libro.







