Prima di tutto cos’è l’intelligenza? Ovvero, vanno considerate come intelligenze le muffe melmose, le formiche, i bambini di quinta elementare, i gamberetti, i neuroni, ChatGPT, i banchi di pesci. La domanda è una domanda antica, spesso tirata fuori quando scopriamo un comportamento animale o nuovi dispositivi informatici che sono addestrati a fare cose umane che poi fanno bene.
Se l’intelligenza fosse una semplice etichetta? Tendiamo a trattare l’intelligenza come un insieme di tratti coerenti e logici, ma tuttavia la definizione non è né chiara né coerente: è difficile quantificare empiricamente l’intelligenza perché tendiamo a credere che esiste solo in relazione alle nostre aspettative, aspettative che sono umane e, inoltre, individuali per particolari esseri umani. Forse invece di una cosa misurabile e quantificabile, meglio pensare all’intelligenza come un’etichetta, dei tratti adattativi indipendenti che hanno aiutato i nostri antenati a prosperare.
L’intelligenza non è così importante: L’intelligenza non è fondamentale per il successo della maggior parte della vita sulla Terra. Considerate le erbe: sono cresciute in ambienti globali incredibilmente diversi, senza pianificare o discutere un singolo passo. I vermi planariani rigenerano qualsiasi parte del loro corpo e sono funzionalmente immortali, un trucco che possiamo troviamo solo nella fantascienza. E un virus microscopico ha effettivamente bloccato il movimento umano globale nel 2020, senza avere la minima idea di cosa siano gli umani. Tuttavia, quando tracciamo il successo della nostra specie nel corso dei millenni, la tentazione è di legare tutto a un singolo tratto oggettivo: una stella guida luminosa. È qui che entra in gioco il concetto di intelligenza. Il nostro successo evolutivo sembra mappare direttamente la nostra intelligenza attraverso l’invenzione di strumenti sempre più elaborati da parte dei nostri antenati. In questa versione pervasiva della storia umana c’è stato un crescendo: asce di pietra e perline simboliche hanno portato inevitabilmente all’agricoltura, alla scrittura e ai paesaggi meccanizzati, preparando il terreno per trionfi più recenti, tra cui la vittoria di guerre e premi Nobel, l’accumulo di ricchezza e il raggiungimento della Luna: siccome questa storia è importante per noi la cerchiamo negli altri, desiderando che la loro storia evolutiva sia simile alla nostra.
Non è solo frutto di cervelli grossi: parlando di intelligenza spesso esibiamo la nostra vanità, il nostro grosso e raffinato cervello, ma là fuori, alcune delle creature più intelligenti hanno cervelli molto diversi dal nostro: le seppie ad esempio si affidano ai neuroni nelle loro braccia per risolvere problemi complessi. I pappagalli cenerini africani hanno l’intelligenza di un bambino umano, ma hanno cervelli molto più piccoli di quanto ci si potrebbe aspettare. I toporagni hanno alcune delle più alte densità neuronali tra i mammiferi ma, ironicamente, non sono terribilmente astuti. Le farfalle monarca eseguono migrazioni annuali che abbracciano i continenti. I cervelli “grandi” sono importanti per l’intelligenza umana, ma la vita trova altri modi per avere successo.
Poi c’è il problema del libero arbitrio: il comportamento intelligente delle persone non è sempre il risultato di una scelta consapevole o di una strategia razionale, ma può derivare da processi autonomi. L’emergere cognitivo di intuizioni, presentimenti e sensazioni istintive può spesso essere attribuito a sistemi di “ordine inferiore” come il sistema nervoso simpatico o l’amigdala, o manifestarsi come risposte subliminali o subconsce condizionate a segnali ambientali.
Come la mettiamo poi con l’intelligenza collettiva? La risoluzione dei problemi può essere condivisa tra una moltitudine di entità simili: le formiche costruiscono barche, ponti e metropoli con popolazioni di milioni di individui, eppure la loro potenza cerebrale individuale non è granché. Diamo valore all’intelligenza come indicatore del successo individuale, eppure essa esiste sia come collettivo dei nostri neuroni, sia come aggregati di comportamenti collettivi.
Diciamo di noi: siamo intelligenti o tattici perché programmiamo. Il nostro cervello ha simulato che questa o quell’azione produrrà risultati favorevoli, per questo ci riteniamo speciali, ma sappiamo che le formiche fanno la stessa cosa emettendo risposte pre-programmate ai feromoni. Oppure, prendiamo i ragni salticidi, come quelli del genere Portia, che possono pianificare un percorso complicato dal punto in cui si trovano verso una potenziale preda, e poi seguire quel percorso anche se non riescono più a vedere la preda durante il loro viaggio.
Attribuiamo le nostre qualità a quelle degli animali. Quando descriviamo altri animali o cose come “dotati di intelligenza”, potremmo inavvertitamente attribuire loro altre qualità simili a quelle umane. Ma questo è un salto ingiustificato, che emerge dal modo in cui abbiamo costruito definizioni egocentriche di intelligenza. Negli esseri umani, l’abile uso degli strumenti è un indicatore altamente accurato di un certo livello di sviluppo nella teoria della mente (la capacità di attribuire stati mentali agli altri), gratificazione ritardata e controllo degli impulsi, strategia procedurale e capacità di calcolo, perché questi tratti si sviluppano insieme man mano che i bambini umani crescono. Una persona che ti parla usando un linguaggio complesso molto probabilmente può anche pianificare cosa mangerà per cena ed eseguire quel piano, non perché il linguaggio sia il segno dell’intelligenza, ma perché il linguaggio è un segno di un essere umano, e gli esseri umani sono anche bravi a pianificare, rispetto ad altre forme di vita conosciute. Come la vita e il tempo, l’intelligenza è una scorciatoia utile per un’idea complessa che ci aiuta a strutturare le nostre vite, come persone. È principalmente un sinonimo di umanità, e giudicare altri animali con questa metrica rende un disservizio alla loro peculiare lontra marina, vermicoltura o squalosità.
Le cose che chiamiamo intelligenza ci hanno trasformato da piccole, lente e deboli scimmie ai predatori più letali del sistema solare. Tuttavia, quando ci chiediamo se altri animali sono intelligenti, di solito non ci stiamo chiedendo quali capacità o tipi di corpi fossero vantaggiosi nel loro passato evolutivo. Ci stiamo chiedendo se fanno le cose come le facciamo noi. Il rischio è che nel cercare l’intelligenza stiamo in realtà cercando noi stessi, cercando strategie di successo che corrispondano a quelle trovate nella nostra storia evolutiva. La mantide pavone, capace di vedere una gamma quasi insondabile di colori (oltre alla luce polarizzata) e di sferrare colpi di incredibile potenza, sarebbe delusa se sapesse che noi riusciamo a batterla a dama?
Potremmo essere tentati di dire che ogni specie ha la sua intelligenza, ma questa affermazione porta con sé troppi fardelli a questo punto. Un pianeta pieno di vita esiste separatamente dagli umani, e nessuna delle specie è obbligata a inserirsi perfettamente nella nostra mentalità soggettiva ed egoistica. Stiamo correndo un rischio, siccome i modi di avere successo degli animali o delle macchine (o delle piante, dei funghi, dei batteri) sono fondamentalmente estranei al nostro kit di strumenti concettuali allora non consideriamo quei modi e tralasciamo l’indagine di quei modi.
L’intelligenza non è solo ciò che stiamo cercando, è ciò che stiamo guardando. Gli esseri umani apprezzano l’intelligenza e questo non cambierà. Ciò che potrebbe cambiare è la nostra capacità di apprezzare altri tipi di vita alle loro condizioni, separati dal controllo antropocentrico delle caselle. Se l’intelligenza non è più una metrica predefinita per il valore delle specie, come potrebbero cambiare i nostri giudizi di valore? Saremmo più inclini alla meraviglia e questa meraviglia potrebbe spingerci a conservare le altre meravigliose creature con cui condividiamo questo pianeta e gli ambienti in cui hanno sviluppato i loro gusti di successo?
Tratto dal saggio Cos’è la vita intelligente? (https://aeon.co/essays/why-intelligence-exists-only-in-the-eye-of-the-beholder)







