Ma se la natura selvaggia, qui intesa come libera dalla presenza dell’uomo, diventa troppo selvaggia? Quella natura potrebbe diventare, per esempio, così ricca di selvaggina che poi quest’ultima si potrebbe insediare al posto dell’uomo e dei suoi animali addomesticati? E ancora, la ricerca di luoghi incontaminati e aree protette
può danneggiare gli umani che in quelle aree vivevano da secoli? Forse è necessario addolcire la natura invece di cercare di conservare una presunta purezza.
E’ quello che si stanno chiedendo alcuni ambientalisti americani, diciamo così, di nuovo conio. Difatti, per i primi ambientalisti, luoghi come Yellowstone erano importanti proprio perché rappresentavano l’ideale di un Eden incontaminato. Non per niente lo storico Mark David Spence li definisce una manifestazione del progetto originale di Dio per l’America”. Ma era una comoda invenzione. Il suolo di Yellowstone porta la traccia indelebile di quasi 12.000 anni di caccia, raccolta, estrazione mineraria, commercio e abitazione umana. I Tukudika Shoshone, un gruppo di nativi americani, utilizzarono l’area fino a quando non fu messa da parte dallo stato per la conservazione. Solo l’interruzione attiva da parte dell’esercito statunitense e, in seguito, del National Park Service ne impedì il ritorno.
Ovunque vennero create grandi riserve naturali, si verificò la stessa creazione di miti. Il popolo Stoney Nakoda di Banff fu bandito dalla sua terra natale dopo che questa fu designata parco naturale. In Africa, i sociologi Charles Geisler e Ragendra de Sousa stimano che circa 14,4 milioni di persone siano state sfrattate affinché le riserve di caccia e i parchi potessero essere demarcati.
Scrivono i due sociologi: “L’Africa è una regione di grande interesse per la risoluzione del rapporto tra sicurezza umana e ambientale. Innanzitutto, quasi due terzi della popolazione africana è ancora rurale. In un momento in cui la comunità globale sta rafforzando il proprio impegno per la conservazione della biodiversità attraverso parchi e aree protette, la maggior parte delle quali sono rurali, una grande percentuale della popolazione africana si trova sul percorso di aree protette espanse”
Insomma, il rischio esiste e per affrontarlo si sta riflettendo su come muoversi. Nel suo saggio Una breve storia della filosofia della conservazione americana, il filosofo americano J. Baird Callicott ragiona su questo punto di partenza che potrebbe essere un buono spunto per i futuri ragionamenti ambientalisti: “gli esseri umani non sono semidei creati appositamente e di valore unico, così come la natura non è un vasto emporio di beni, servizi e comfort. Siamo, piuttosto, una parte molto importante della natura”.







