Non ho avuto dubbi su quale avrebbe potuto essere la mia madeleine: la pastina cotta nella salsa. Poi un’incertezza me la sono instillata lo stesso, quasi dovessi mettere alla prova questa scelta di pancia. Così ho tirato fuori dai ricordi la pasta alla bechamel e il budino che con mio fratello mangiavamo a pranzo dai nonni materni, o le piccole e massicce tavolette di cioccolata fondente che uno zio militare lasciava a casa della nostra nonna paterna. O ancora la ricotta schiacciata, mescolata con lo zucchero e il cacao, che era il dolce veloce e consolatorio che ci veniva preparato quando i nostri genitori uscivano a cena. Ma la pastina ha retto all’insidia di queste tentazioni – pure loro suggestive, ma alla fine meno amate. Non credo ci sia bisogno di riportare quella che non è neppure una ricetta vera e propria, racchiusa in pratica già nel nome; tra l’altro, non è questo lo scopo della rubrica, quanto piuttosto di rievocare sensazioni. Una delle più vive è legata a quelle parti che si erano attaccate al fondo della pentola, bruciacchiandosi leggermente, e formando poi nel piatto dei bocconi più compatti e appena amari – molto sfiziosi per il mio palato di bambina (ma direi anche per l’attuale). La memoria dominante però è quella del sapore e della consistenza ordinari: la dolcezza ravvivata da una nota acidula; e la cremosità del pomodoro cottosi con l’amido, unita alla callosità della pasta – ché la pastina sa tenere la cottura in un modo che non mi sono mai spiegata. È un piatto che mi piace ancora moltissimo, rassicurante, buono ma non eccessivo. E se all’epoca il mio formato preferito erano gli acini di pepe, oggi mi divido tra i semi di melone e il rosmarino. Ma questa rievocazione sta avendo davvero il risultato di risvegliare sensi del passato, così mi è venuta voglia di prepararla di nuovo con quelli, con gli acini di pepe, e mi riprometto di comprarli a breve.








