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Home Lezioni Private

 Ogni famiglia è anche una casa famiglia

da Antonio Pascale
30/07/2024
in Lezioni Private
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Se tutti noi sperimentiamo, nel bene o nel male, la sicurezza o l’inquietudine della famiglia, sappiamo poco delle comunità chiamate casa famiglie. Per questo abbiamo fatto due chiacchiere con Katia Bragagnolo (coordinatrice comunità familiare per minori Capodarco Veneto) “e l’equipe” . C’hanno raccontato come funziona una casa famiglia.

Cominciamo dall’abc, che cos’è la vostra casa famiglia?

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La Comunità familiare Capodarco Veneto è una struttura di accoglienza per minori situata nella zona della Pedemontana del Grappa, precisamente nel paese di Cavaso del Tomba, comune al confine tra la provincia di Treviso (la nostra) e quella di Belluno.

Quanti anni sono?

La nostra realtà opera da 22 anni ed è nata per rispondere ad un’esigenza territoriale degli inizi anni 2000 in quanto nel territorio non c’era un numero sufficiente di strutture per l’accoglienza di minori allontanati dalle famiglie di origine.

Chi accogliete?

Accogliamo ragazzi e ragazze preadolescenti e adolescenti (fascia di età tra gli 11 e i 18 anni) inviati dai servizi territoriali (distretti socio sanitari attraverso le unità operative dei Consultori familiari) che possono essere inseriti con il consenso dei familiari, quando il progetto nasce da una condivisione della necessità dell’intervento con la famiglia di origine, oppure attraverso i decreti del Tribunale per i Minorenni quando la situazione è più complessa e si rende necessario l’intervento dell’autorità giudiziaria. L’accoglienza, come sopra indicato, è mista (maschile e femminile) e, come indicato nelle linee guida regionali, si cerca di privilegiare la territorialità nel senso di evitare allontanamenti troppo distanti dal luogo di appartenenza dei minori e delle loro famiglie (a meno che le condizioni della situazione non lo richiedano) e per questo i nostri ragazzi/e sono tutti residenti nel bacino di riferimento della nostra aulss territoriale.

Mi fate un esempio di pratica quotidiana? Arriva un’adolescente, cosa fate? 

Rispetto a questa domanda spieghiamo da dove si parte per arrivare al momento dell’inserimento. I servizi territoriali, quando hanno bisogno di collocare un minore in comunità, ci contattano con largo anticipo perché sanno che abbiamo pochi posti disponibili (accogliamo un massimo di 6 minori rispettando gli standard regionali che stabiliscono questo tetto per le comunità di tipo familiare) e che i progetti di accoglienza hanno tempi medio lunghi di realizzazione e di conseguenza non ci sono, nel breve periodo, disponibilità immediate per nuove accoglienze. 

Ok, questo significa?

Questo significa che l’inserimento non è mai in “pronta accoglienza”ma va definito dopo aver condiviso in diversi passaggi il tipo di progettualità più adatto alla situazione presentata. Prima dell’inserimento vero e proprio come equipe proponiamo, sempre che ci siano le condizioni per farlo, di conoscere e farci conoscere dal minore che dovrebbe essere collocato. Questo per dare modo ai ragazzi/e di “vedere” con i propri occhi dove e con chi andranno a condividere una parte del loro percorso di crescita. Questo passaggio è importante per rassicurare i ragazzi/e rispetto al luogo fisico della “comunità” che spesso, sebbene a loro spiegato dai servizi che li seguono, si rappresentano come un luogo di restrizione pieno di regole e limitazioni.

Non è così, immagino?

No, infatti è importante che possono incontrare gli altri minori ospiti facendo loro ricordare come si sono sentiti nel momento in cui hanno varcato la soglia della comunità spronandoli così ad essere il più accoglienti possibile. Il rimando è quasi sempre positivo, i ragazzi/e che arriveranno lo faranno con il cuore più leggero dopo aver conosciuto il luogo e le persone.

Andiamo a primo giorno allora? 

Arrivando al primo giorno di inserimento possiamo dire che ci organizziamo affinché ci sia una delle educatrici (la nostra equipe è formata da un gruppo tutto al femminile) disponibile a seguire il nuovo/a arrivato in modo esclusivo. Le altre educatrici si prestano a gestire il resto del gruppo perché un nuovo arrivo, benché preparato, è sempre un po’ destabilizzante. Comunque, si segue il nuovo arrivato nel preparare il suo spazio personale (la camera), lo si aiuta a sistemare le sue cose (disfare le valigie e collocare i suoi effetti personali), lo si fa transitare negli spazi comuni spiegando dove sono le cose (banalmente dove si trovano i bicchieri per esempio o dove si getta la spazzatura) e successivamente si spiegano le regole relative alla convivenza e quelle generali della casa. Se abbiamo avuto modo di sapere in anticipo qualche notizia riguardo ai gusti del nuovo/a arrivata, prepariamo un pranzo di benvenuto con qualcosa che piaccia in modo particolare o un dolce per fare merenda tutti assieme. 

Esistono casi in cui l’inserimento sia stato più coatto?

Se invece l’inserimento, seppure preparato, avviene con modalità più drastiche (condivisione con i servizi ma non con il minore per motivi legati alla situazione familiare dove non c’è collaborazione con la famiglia di origine sulla progettualità) l’attenzione è più indirizzata a far “digerire” la decisione al nuovo arrivato passando attraverso azioni sia pratiche che di ascolto che possano alleggerire l’impatto iniziale. In questi casi i ragazzi/e arrivano senza effetti personali perché per esempio prelevati direttamente da scuola e da altre attività che stavano facendo per cui si va a comprare quanto serve (vestiario per esempio) e così, attraverso l’occupazione e l’apertura di un dialogo si parte con la conoscenza reciproca.

C’è un momento duro, ostico in questo percorso? Qualcosa che si ripete?

Ci sono sicuramente momenti duri, complicati, difficili durante i vari percorsi. Uno di quelli che si ripresenta è la “simmetria” sotto forma di competizione che si può creare tra le famiglie di origine dei ragazzi verso gli educatori della comunità; i ragazzi col tempo si appoggiano agli adulti di riferimento della struttura e cominciano a mettere in discussione le figure genitoriali. Nostro compito è quello di riportare al centro il lavoro con e per il ragazzo e per la famiglia in generale e far passare questo concetto ai minori accolti e soprattutto alle loro famiglie in modo che non prevalga la percezione di sentirsi giudicati ma piuttosto quella di essere a loro volta accolti, ascoltati, compresi e aiutati a superare, dove possibile, le difficoltà che hanno portato il distacco tra le parti.

Altre difficoltà?

Altra criticità che si ripropone è legata alla durata dei progetti che per molti dei minori accolti significa il rimanere in struttura per più anni, nella maggior parte dei casi fino al compimento della maggiore età. Questo perché le condizioni della famiglia di origine non subiscono cambiamenti tali che permettano, nella maggior parte dei casi, un ricongiungimento veloce. I ragazzi si ritrovano perciò a doversi appoggiare a noi per gettare le basi per una vita autonoma anticipata rispetto agli standard dei loro coetanei che rimangono in famiglia ben oltre i 18 anni. Questa condizione può mandarli in crisi, il progetto rischia di arenarsi perché la paura, l’insicurezza e le istanze premature possono prevalere e far saltare parte degli obiettivi condivisi. Oppure si può trasformare in un rientro in famiglia del minore dopo il termine del progetto benché le condizioni iniziali non siano cambiate rischiando così di ritornare in un ambiente, anche se i ragazzi possono essere diventati più consapevoli dei limiti dei familiari, che li “riassorbirà” totalmente.

C’è qualche storia che vi ha dato soddisfazione?

Più storie. I ragazzi, quasi tutti, se messi nelle condizioni di far emergere le loro potenzialità e lavorare sui loro vissuti riescono a realizzarsi. C’è chi facendo pace col suo passato e con la condizione familiare si è emancipato riuscendo a raggiungere obiettivi di autonomia lavorativa, abitativa, sociale. Siamo state testimoni di nozze di alcuni ragazzi, madrine dei loro figli, presenti nell’atto di acquisto di una macchina, “consulenti” per la firma di un contratto di lavoro, ecc. Alcuni tornano puntualmente da noi mantenendo un rapporto costante anche a distanza di anni, altri ci contattano in occasioni particolari come i compleanni o le festività, altri non li abbiamo più sentiti. Noi non forziamo nulla, sanno dove trovarci e che, se dopo la fine del percorso condiviso in comunità hanno bisogno di un consiglio o di un supporto, nel limite delle nostre possibilità lo diamo volentieri.

Ultima domanda: voi avete un osservatorio privilegiato, cosa manda alle famiglie italiane? Che problematiche riscontrate? Per grandi numeri, ovvio

Sicuramente negli anni abbiamo rilevato che nulla capita a caso; i ragazzi di cui ci siamo occupati e di cui ci occupiamo arrivano da famiglie già segnate a loro volta da percorsi traumatici, di degrado culturale e ambientale. Per cui il lavoro va fatto sui minori ma anche sulla famiglia; è riscontrato che con i ragazzi in evoluzione l’impatto di simili interventi porta a più risultati positivi, con le famiglie i risultati sono esigui. È pertanto necessario intervenire nel momento giusto, se le condizioni lo permettono, per prendere in tempo tutto il nucleo familiare ed evitare così interventi estremi come quello dell’allontanamento. Da parte nostra possiamo dire che con i servizi territoriali c’è un’ottima collaborazione ed il lavoro da parte loro è sicuramente in linea con l’obiettivo di ridurre al minimo la collocazione fuori famiglia dei minori. 

Ma i ragazzi che scelgono di andare via?

Sì, molti dei ragazzi accolti, una volta raggiunta la maggiore età, tendono a scegliere percorsi di autonomia “sganciandosi” dalle famiglie di origine. Questo significa che è necessario pensare a supportare i neo maggiorenni dopo l’uscita dalla comunità perché a 18/19 anni è impensabile, nonostante dimostrino caratteristiche e tenacia che altri coetanei si sognano, che possano fare tutto da soli. Esistono territorialmente dei progetti pensati per queste situazioni (interventi per l’autonomia abitativa, lavorativa e di inserimento sociale) ma serve consolidarli e farli diventare una continuità sicura con i percorsi precedenti come quelli che proponiamo noi con il nostro servizio.

Per quelli che invece tornano a casa?

Per quelli che tornano a casa si apre la questione relativa a chi li può aiutare dopo essere usciti, da maggiorenni, da percorsi di tutela dove erano garantiti maggiori supporti; anche qui l’importante sarebbe si riuscissero a consolidare buone prassi per non “perdere” quanto si è costruito o ri costruito nel tempo e lo si può fare se solo se il tema diventa di interesse generale e non alla stregua di singoli interventi per sensibilità di qualche ente territoriale o per dei fondi di qualche progetto che come inizia può anche finire.

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