La cucina della nonna, le sere d’inverno, si riempiva di vapori. Le finestre erano sempre appannate e, seduta sul davanzale di marmo, con le dita mi divertivo a scrivere sui vetri come fossero una lavagna. Disegnavo cuoricini, fiori e scrivevo in stampatello il mio nome “Gabriella” e la nonna si arrabbiava perché quei segni, quando il vapore svaniva, restavano impressi sui vetri che, quindi, avrebbe dovuto lavare.
Il vapore proveniva dalle carote e dai finocchi che lasciava lessare a lungo nella pentola di latta rossa. E io, che spesso studiavo sul tavolo della loro cucina, restavo impregnata di quell’odore. Il profumo era buono, le carote lasciavano andare un aroma dolce, i finocchi pungente e i due ortaggi si fondevano in una piacevole sinfonia odorosa.
Gettatele nell’acqua bollente, la nonna sbrigava altre faccende o si dilungava in conversazioni telefoniche e le due verdure, che all’origine erano croccanti ai denti, venivano scolate sempre troppo cotte, a volte le carote proprio sfatte. La nonna, poi, tagliava i finocchi a pezzi, le carote a rondelle e condiva tutto con aceto, sale, vi aggiungeva anche un po’d’origano e versava tutto in una zuppiera di vetro. Era il contorno che si accompagnava alla cena. Quando restavo con loro, toccavano anche a me e quella sensazione molliccia al palato mi disgustava, ma non ho mai osato dire che non mi piacessero. Le ingoiavo quasi senza masticare (anche se a volte non era necessaria la masticazione) con tanta mollica di pane.
Ora che sono adulta, le verdure le cuocio al vapore perché dicono sia più sano, e adesso cucino anche io spesso il contorno bicolore di carote e finocchi allo stesso modo, e, quando per errore cuociono un po’ troppo, mi sembra di rientrare nella cucina dei nonni conquistata dal vapore e mi chiedo per quale strana forma di pudore non abbia mai rivelato che le carote e i finocchi lessi non mi piacessero.








