Mi è morto il gatto l’anno scorso. Una gatta, a voler essere precisi. Le avevamo dato un nome, ma io l’ho sempre chiamata Micia, per poca fantasia e perché́ mia madre chiamava tutti i suoi gatti Micio o Micia. Continuare l’abitudine sembrava un gesto amichevole. Se n’è andata poco prima di compiere diciotto anni e io che non ho potuto essere vicino a entrambi i miei genitori quando sono morti, lontano e inaspettatamente, ho seguito la sua fine con una dedizione che somigliava a un indennizzo. Quando è arrivato il momento era primavera, il balcone era pieno di odori e la Micia ha scelto fiori e rosmarino per il poco che le restava. Avevo tempo e desiderio, quindi per quei due o tre giorni ho messo fuori un panchetto e sono rimasta seduta a farle compagnia in silenzio, come avrei potuto fare accanto a un letto se ne avessi avuto la possibilità, aspettando e pensando a come si dice addio. Poi l’ho messa in una bella scatola, ci ho aggiunto della velina e ‘na rosa e maggio appena sbocciata. In campagna da un’amica abbiamo scavato un angolo in mezzo a due cipressi e solennemente lo abbiamo battezzato il Père-Lachaise degli animali. Abbiamo stappato una bottiglia e fatto dei brindisi. Abbiamo riso, come quando si è un po’ tristi.
La sera, quando torno a casa, nel buio a volte mi pare di vedere un’ombra, forse solo un improvviso desiderio di una figura composta, di un’anima nei dintorni. Aspetto ad accendere la luce e saluto chi non c’è.








