Il nostro paese è molto forte in alcuni settori che tuttavia il dibattito pubblico nemmeno considera. Quando si parla di agroalimentare, tutti a sottolineare le meravigliose ricette della nonna sappiamo preparare. Eppure, l’agroalimentare che funziona non è certo quello della nonna. Funzionano i prodotti innovativi, frutto di ricerca e di impegno collettivo.
A parte la sempre citata Nutella, prendi i due formaggi a pasta dura (Parmigiano e Grana), prendi la mozzarella che ha buonissimi numeri di export, considera i prosciutti e i vini, nonché i pomodori da industria che sono un nostro vanto, sia quelli del Piacentino sia quelli del Sud: ebbene, questi prodotti non sono nati da un isolato quanto fantomatico genio italico ma dalla ricerca collettiva, dall’automazione e da protocolli stringenti.
Ma a parte l’agroalimentare, siamo un paese manifatturiero. Il grande rimosso è l’automazione industriale e la robotica. L’Italia è una potenza nascosta dell’automazione: è tra i primi paesi al mondo per produzione e integrazione di macchine automatiche.
Conta migliaia di imprese nella filiera e un export che supera i 10 miliardi. Ma se restiamo alla manifattura pura, giusto a mo di esempio, possiamo citare Fincantieri. La società ha automatizzato il processo di saldatura tramite un drone, grazie al quale è possibile seguire l’intero profilo di saldatura e scattare fotografie dettagliatissime. Non solo, un algoritmo sviluppato dall’AI, individua eventuali errori e li evidenzia. Tra l’altro, per alcune fasi del processo di saldatura si stanno sperimentando saldatori automatici nonché esoscheletri per alleggerire il lavoro degli operai. È possibile poi solo indossando un caschetto entrare in quella che si chiama mixed reality, cioè osservare quanto finora fatto e immaginare il risultato finale (in formato virtuale).
Sembra un video gioco e invece grazie a questa sovrapposizione tecnologica tra reale e virtuale si può verificare che tutto si stato montato correttamente, risparmiando tempo ed evitando errori. Una catena di lavoro, tra l’altro, che passa dall’operario semplice a quello specializzato, dall’informatico, al realizzatore di software, all’ingegnere. Eppure di questi aspetti si parla poco. Sembra che in Italia abbia valore solo il passato, che siano chiese, rovine e cibo di una volta. Forse dipende dal dibattito pubblico. Da decenni ha abituato l’elettorato a considerare demoniaca la tecnologia, sia quella utilizzata nei campi sia quella nei cantieri. Questo grave danno di immagine ci spinge a non fare i conti col futuro.
Tra l’altro il futuro rimanda alla tecnologia e la tecnologia alla sostenibilità. Se stiamo, per il momento, resistendo alla crisi petrolifera, lo dobbiamo al fatto che oggi siamo più efficienti, produciamo di più con meno energia. Dunque, se vogliamo migliorare il mondo dobbiamo innovarlo. Visto lo stato dell’arte succitato e le potenzialità ancora inespresse, l’Italia, potrebbe avere un ruolo importante in questo processo. Però deve capire dove posizionarsi, in cosa investire. Per esempio, quali sono i prossimi materiali su cui puntare? Eccone alcuni: il neodimio, è utilizzato per i magneti all’avanguardia che sono indispensabili per alimentare vari sistemi energetici, dai droni ai motori elettrici. O il titanio leggero, utile per progettare aerei e missili. Poi c’è il cobalto e le terre rare.
Questi materiali sono legati e prodotti da alcuni Stati (la Cina per esempio) ma il loro utilizzo futuro dipenderà dall’innovazione tecnologia, da cosa ci proponiamo di fare. Ora, l’Italia proprio per il suo asset industriale, necessita di questi materiali, quindi dobbiamo concludere che oggi fare politica e geopolitica significa occuparci del piano energetico e di quello minerario (oltre a contrarre il debito pubblico). Le cose umane, cioè chi siamo, chi potremmo essere, dipendono ancora dalle cose minerarie nonché quelle energetiche. Il giorno che la nostra politica ne parlerà con serietà, ecco quello sarà un giorno nuovo.







