Il libro Il pomodoro: storia di un immigrato di successo, scritto da Luigi Frusciante e Nunzio D’Agostino (Rogiosi editori) è la dimostrazione di come si può (e si dovrebbe) raccontare la grande e popolare cultura agronomica. Parlando del pomodoro, Frusciante e D’Agostino raccontano un affascinante e imprevisto viaggio, quello del pomodoro, dal vecchio al nuovo mondo, e analizzano le caratteristiche botaniche e genetiche di questa pianta, capace di adattarsi, in quanto alimento povero, ai nostri areali, fornendo a tutti noi italiani un prodotto famigliare, cioè da orto ma anche da industria. Anzi, a questo proposito il pomodoro ha contribuito, tra l’altro, alla nascita di un’industria alimentare che ha unito il sud con Nord, favorendo una collaborazione proficua che ancora oggi dovrebbe servire da esempio.
Il pomodoro è alimento che unisce ma fa anche discutere amabilmente le opposte tifoserie, di chi lo preferisce in un modo chi in un altro, chi lo usa così e chi pomì, per citare il noto slogan pubblicitario.
Purtroppo da qualche tempo del pomodoro si parla anche a sproposito, vista la quantità di fake che si stanno diffondendo sulla pericolosità della solanina (contenuta nel pomodoro, peperone e patate) che risulterebbe- dicono- infiammatoria. Quindi è bene ripeterlo: la solanina NON è una sostanza infiammatoria! Per avere problemi di intossicazione da solanina, nel senso che ti intossichi e ti viene mal di pancia bisognerebbe mangiare 4 o 5 Kg di patate in una volta sola oppure mangiare patate verdi e germogliate.
Un libro, insomma, dove l’agronomia è la voce guida, quella che spiega e analizza il viaggio del pomodoro. L’agronomia, basta leggere il libro, è una disciplina contenitore, nel senso che come una ragnatela unisce e potenzia più discipline. Dunque, più chiavi interpretative trattate insieme (storica, botanica, sociologica, finanziaria) risultano proficue per la conoscenza ed esplosive per il piacere di chi legge.
Per favorire la lettura, anticipiamo – e ringraziamo l’editore per la concessione – un capitolo del libro.
“Nel passaggio dal nuovo al vecchio mondo il pomodoro fu inizialmente considerato un “immigrato” sgradito se non pericoloso. Con il passare del tempo, la sua capacità di adattamento e la sua resilienza gli consentirono di farsi conoscere e apprezzare – soprattutto nell’area mediterranea di Spagna, Francia e Italia – trasformandolo in un “immigrato di successo”.
Essendo il pomodoro un prodotto povero per i poveri, non aveva particolari esigenze per crescere, né necessitava di particolari cure; quasi fosse consapevole della sua condizione di ospite indesiderato, cercava di ingraziarsi i coltivatori/consumatori adattandosi alle loro molteplici esigenze. La coincidenza dei ruoli di coltivatore e consumatore non deve suonare stramba; le prime produzioni di pomodoro erano, infatti, per autoconsumo.
Questa pratica ne favorì la diffusione, sostenuta da una sorta di emulazione tra vicini di casa. Fu così che, passando di orto in orto, la sua coltivazione si estese in tutto il bacino del Mediterraneo. La coltivazione familiare è stata fondamentale anche per l’ampliamento della variabilità genetica (insieme delle differenze, dovute a modificazioni della sequenza di DNA, tra un individuo e l’altro) e la conseguente selezione di piante
Certamente, dopo il suo arrivo in Italia, ha via via esorcizzato la nostalgia per la sua amata terra d’origine: il Belpaese lo ha reso più bello, più vario, più ricco di profumi e aromi. Possiamo affermare, senza tema di smentita, che l’Italia è la sua seconda patria. Se è vero che la pianta di pomodoro si è adattata a tutte le latitudini, è ancora più vero che in nessun altro Paese al mondo ha assunto la bellezza e la ricchezza di sapori come nel nostro.
Uno degli aspetti più intriganti della sua storia di immigrato è stato la sua eccezionale capacità di adattarsi alle differenti condizioni climatiche, alla natura dei suoli, alle abitudini e preferenze alimentari delle popolazioni delle regioni italiane. Così, nel tempo, il germoplasma (insieme delle varietà) italiano si è arricchito apprezzabilmente e, oggi, rappresenta un patrimonio di biodiversità unico al mondo.
All’inizio dell’Ottocento in Italia, intesa come entità geografica, erano state censite più di sessanta varietà, riportate nei cataloghi dei distretti agricoli del Granducato di Toscana, del Ducato di Parma e del Regno di Napoli. Il fatto che le conserve di pomodoro e gli altri suoi derivati (es. concentrati) fossero sempre più apprezzati dai consumatori di questi territori contribuì ad accelerarne la diffusione e ad accrescerne la coltivazione.
Il processo di colonizzazione di nuovi terreni è stato accompagnato dalla ricerca e selezione di varietà adatte alle mutevoli condizioni pedoclimatiche. L’orografia del nostro territorio, infatti, è varia ed articolata e questo si riflette nell’esistenza di diversi ecosistemi: dai suoli fertili e ricchi di acqua delle pianure del Centro/Nord, ai suoli asciutti di media collina del Centro/Sud, ai suoli semiaridi del Sud.
È proprio in queste condizioni così multiformi e complesse che si è sviluppata la pomodoro-coltura nel nostro Paese.”
Ringraziamo l’editore per anticipazione.







