Se è svolta a Torino, dal 20 al 23 marzo scorso, la seconda edizione di Coltivato, il festival internazionale di agricoltura. Tra gli ospiti c’era anche la genetista Vittoria Brambilla. Nel suo panel ha parlato della TEA e delle speranze che i ricercatori di tutto il mondo, e non solo in ambito agrario, cominciano a nutrire per questa nuova tecnica.
Insomma, andava tutto bene, finché la discussione è stata interrotta da alcuni attivisti/e. Hanno contestato e distribuito un opuscolo (parecchio impreciso) contro le TEA. A tutti noi è cambiato l’umore. Ovviamente, tutti noi, amareggiati, ci siamo fatti la domanda che al tempo si fece pure Lenin: che fare?
Per i ricercatori, oltre all’impegno tecnico, già gravoso, per sperimentare in campo ci sono da seguire normative che dal punto di vista burocratico sono così assurde che definirle kafkiane è un eufemismo. Ma tralasciando tutto questo: che fare? Per spiegare ai cittadini che siamo alle prese con una delle tecniche di miglioramento (non sono di genetica agraria) più entusiasmanti e promettenti?
La TEA è una tecnica che già possiamo maneggiare con sicurezza, e maneggeremo con sempre più sicurezza perché stiamo capendo le dinamiche dell’RNA come mai prima d’ora. Quindi il progresso delle TEA può andare avanti perché c’è stato un progresso nella conoscenza dei meccanismi che regolano la trascrizione proteica. Meccanismi che faccio per dire, io che ho sostenuto due esami di genetica nel lontano 1985, non conoscevo affatto e che ho dovuto studiare e che ancora dovrò ulteriormente apprendere.
Ma è il bello della conoscenza, no? La risposta dovrebbe essere sì, certamente. Ma purtroppo da destra vengono le contro narrazioni complottiste, da sinistra le preoccupazioni esagerate e apocalittiche, nonché i sospetti e le accuse verso le multinazionali. Le due parti unite stanno creando il clima adatto per il boicottaggio delle tecniche con l’RNA.
Anna Meldolesi scrive “Gira voce che l’RNA sia caduto politicamente in disgrazia, presumibilmente in quanto molecola chiave per i vaccini di nuova generazione che hanno debuttato contro il Covid, dunque simbolo sgradito all’amministrazione USA ai tempi di Robert F. Kennedy Jr. e Donald Trump. Secondo indiscrezioni ai ricercatori americani sarebbe stato consigliato di rimuovere, in particolare, i riferimenti all’RNA messaggero dai progetti di ricerca che competono per i finanziamenti pubblici.
Speriamo sinceramente che si tratti di un brutto equivoco.”
Vero, si tratta di un brutto equivoco che riguarda anche una certa sinistra, radicale, ecologista, tra l’altro da sempre fiera avversaria della genetica, vedi l’incredibile caso OGM, una serie ventennale di imprecisioni e pregiudizi che hanno infestato il dibattito pubblico, impedendo di fatto la sperimentazione in campo.
Ora, questa unione tra antivaccinisti di destra e attivisti di sinistra sta formando il brodo primordiale che, sospetto, fra poco affosserà la conoscenza dell’RNA, ovvero della vita.
Siamo infatti nell’era dell’RNA e come scrive il premio Nobel per la chimica Thomas R. Cech nel suo libro Riscrivere la Vita, lodevolmente pubblicato da Neri Pozza: “finalmente l’RNA ha iniziato ad emergere dall’ombra del DNA e rivelare il suo immenso potenziale. Dal 2000 le scoperte relative all’RNA hanno portato all’assegnazione di undici premi Nobel”.
Che fare? Ci raccontiamo tra di noi dei premi Nobel e delle entusiasmanti scoperte (l’uso di alcune tecniche legate all’RNA potrà aiutarci a eliminare tumori refrattari, consentire l’editing del genoma, sviluppare vaccini per malattie infettive, trattare patologie autoimmuni ecc. ecc), e andiamo avanti nonostante gli antivaccinisti di destra e gli attivisti di sinistra, o elaboriamo una strategia tutta fondata sull’empatia, cioè cerchiamo di capire le paure del cittadino e magari diventiamo noi degli attivisti (diciamo dei situazionisti) che fanno irruzione nel dibattito pubblico e con tutta la pazienza e la gentilezza del caso cercano di spiegare che siamo fatti per seguire virtute e conoscenza?
Io sarei per la seconda.







