• Torna al Foglio.it
martedì 6 Ottobre 2026
  • Login
Agrifoglio
  • Editoriali
  • I Numeri
  • Innovazione
  • Lezioni Private
  • La madeleine
  • AgriCULTura
  • Non tutti sanno che
  • Storia virtuosa
  • Bestiario
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Editoriali
  • I Numeri
  • Innovazione
  • Lezioni Private
  • La madeleine
  • AgriCULTura
  • Non tutti sanno che
  • Storia virtuosa
  • Bestiario
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Agrifoglio
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Home Editoriali

 La miseria dimenticata che non fa bene dimenticare

da Antonio Pascale
27/11/2024
in Editoriali
Condivisi su FacebookCondividi su Twitter

Com’era organizzata l’Italia agricola al tempo dell’Unità (1861)? Gli storici sottolineano che sì, il paesaggio agrario italiano era estremamente variegato, ma si distinguevano tre grandi aree, a loro volta non del tutto omogenee. 

La prima era l’area padana, dove grazie a secoli di investimenti si erano formate aziende agrarie medie e grandi che gravitavano attorno alla cascina diretta da un imprenditore, e che impiegavano lavoratori salariati. 

Articoli suggeriti

Cose che si possono fare

Settembre è il vero Capodanno

Quelle belle “vie di mezzo” di una volta

La seconda, quella dell’Italia centrale, organizzata in poderi a conduzione familiare con contratti di affitto o mezzadria.

Infine, il grande latifondo nell’Italia meridionale, che impiegava manodopera bracciantile. Accanto al latifondo c’erano aziende agricole rette da un sistema di affitto. 

Poi – aggiungono gli storici – Gallo, Loreto – ovunque in Italia era diffusa la piccola o piccolissima proprietà della terra, con cui le famiglie contadine potevano integrare il reddito principale e ricavare un minimo per il sostentamento, anche mediante la vendita dei prodotti sul mercato. 

Discorso a parte per le comunità alpine e appenniniche, dove esistevano ulteriori forme di produzione e lavoro, quelle, per esempio, caratterizzate da contatti, scambi e forme di mobilità verso le aree di pianura.

Sia come sia – ci ricorda Manfredi Alberti nel suo libro Il lavoro in Italia da poco pubblicato da Carocci –  a prescindere dalla diversificazione orografiche e produttive delle diverse aree, la vita lavorativa “di operai e contadini era quasi ovunque accomunata da tre elementi distintivi: l’instabilità dell’occupazione derivante dall’irregolarità dei processi produttivi, lo stato di diffusa miseria e l’assenza di disciplina giuridica che andasse al di là della dimensione senza di una individuale del rapporto di lavoro”. 

Del resto, il primo censimento dell’Italia unita, effettuato il 31 dicembre 1861, registrava che la precarietà era una cifra essenziale della vita dei lavoratori. Anche in regioni più avanzate come la Lombardia. “la misera è la sorte dell’agricoltore, il cui contratto, sebbene talvolta si stipuli per un intero anno, e talvolta si prolunghi per tutta la vita, il più spesso si limita alla giornata”. 

Alla voce lavoratori si legge contadino, ovviamente. Questo perché – e fa fede il primo censimento post unitario – il 70% dei lavoratori trovava la propria occupazione principale nel settore agricolo, tradizionalmente connotato dalla stagionalità e dalla variabilità dei tempi di lavoro. 

I braccianti, la categoria di salariati più esposta all’instabilità dell’occupazione e allo sfruttamento, costituivano allora circa il 35% degli attivi in agricoltura, e sarebbero cresciuti nei decenni successivi diffondendosi soprattutto in alcune aree del paese, fra cui la Pianura Padana e il Tavoliere pugliese. 

Chi stava meglio? Solo alcune categorie di lavoratori, come quelle dipendenti da attività gestite dallo Stato, le operaie della Manifattura Tabacchi, oppure gli addetti al servizio ferroviario. 

Precisazione: stavano meglio solo se messi a confronto con i semplici manovali, visto che i primi godevano di una maggiore continuità di lavoro.

Le condizioni lavorative favorivano l’emigrazione. Non per niente, nel 1889 Edmondo De Amicis pubblicò Sull’oceano, un romanzo dove raccontò di «gente costretta a emigrare dalla dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria”

Questo era il quadro: miseria, malattia, pellagra, malaria, e ovviamente dell’emigrazione. Quest’ultima da una parte era considerata un male minore e comunque inevitabile, dall’altra destava preoccupazione, perché c’erano meno lavoratori e dunque lo spopolamento delle campagne e la conseguente scarsità di manodopera, avrebbe potuto minare il rapporto tra agrarie e contadini.

Fatto sta che tutti questi elementi che costituivano la litania del male avrebbero portato alle lotte contadine, alle prime organizzazioni contadine e operaie di mutuo soccorso e anche a scoprire la questione sociale che poi coincideva con la questione meridionale.

Consapevoli che oggi si vive meglio e che molti parametri sono migliorati, grazie alla modernità, alle innovazioni, alle lotte contadine operaie, con questo numero, ricordando la miseria di ieri, cercheremo di analizzare la sempre (purtroppo) attuale questione meridionale: il Sud ha problemi atavici che si porta dietro nuove forme di miseria, emigrazione e malattie. 

Problemi che vanno affrontati per migliorare il nostro Paese.

Precedente

I bambini (italiani) accattoni.<br>Dal libro di Bruni Maida, Sciuscià (Einaudi)

Prossimo

Orticoltura for dummies

Hai letto anche questi?

 La comunità Agrifood 5.0, raccontata da Alex Giordano
Editoriali

Cose che si possono fare

30/09/2026
Settembre è il vero Capodanno
Editoriali

Settembre è il vero Capodanno

16/09/2026
Lavorare stanca, al caldo ammazza
Editoriali

Quelle belle “vie di mezzo” di una volta

03/09/2026
Prossimo
Torniamo alla terra? Si basta che torniamo a investire

Orticoltura for dummies

Newsletter

Iscriviti alla Newsletter di Agrifoglio: due volte al mese Antonio Pascale racconta i nuovi terreni dell'innovazione italiana attraverso i volti, le storie e le frontiere dell'agricoltura.

Maxi truffa bio
Miglior Articolo

Maxi truffa bio

da Redazione
Ottobre 5, 2026
0

Tutti noi che amiamo l’agricoltura del futuro, quella che usando meno input e sperimentando nuove tecniche, sia di coltivazione sia...

Leggi tuttoDetails
 La comunità Agrifood 5.0, raccontata da Alex Giordano
Editoriali

Cose che si possono fare

da Antonio Pascale
Settembre 30, 2026
0

Siete sicuramente al corrente delle New Genomic Techniques (NGT) che in Italia (anche per non spaventare tanto l’opinione pubblica) sono state ribattezzate in ...

Leggi tuttoDetails
Gli agrumi: vengo da lontano andrò lontano, nonostante le difficoltà (raccontato grazie alla voce del professore Giuseppe Barbera)
Come Funziona

Cosa stanno facendo di bello al CREA

da Redazione
Settembre 29, 2026
0

Al Crea è partito il progetto TEA4IT articolato in quattro aree principali: TEA4IT-SOL dedicato a pomodoro e melanzana, TEA4IT-CER per cereali come riso,...

Leggi tuttoDetails
Gli schiavi che lavorano per le nostre eccellenze
Forse non tutti sanno che

L’agricoltura italiana ovvero della frammentazione

da Redazione
Settembre 25, 2026
0

Il rapporto Real Mutua sullo stato dell’agricoltura italiana 2026 sottolinea che l’agricoltura italiana è costituita da 676 mila imprese, metà...

Leggi tuttoDetails
Agrifoglio

© 2024 Agrifoglio.ilfoglio.it è stato realizzato da EditoreInformato

Informazioni

  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy Policy
  • Termini di utilizzo

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Editoriali
  • I Numeri
  • Innovazione
  • Lezioni Private
  • La madeleine
  • AgriCULTura
  • Non tutti sanno che
  • Storia virtuosa
  • Bestiario

© 2024 Agrifoglio.ilfoglio.it è stato realizzato da EditoreInformato

Questo sito web usa alcuni cookie per rendere la tua esperienza di navigazione migliore. Privacy and Cookie Policy.