Simone Lenzi, scrittore, sceneggiatore, ,frontman dei Virginiana Miller e per cinque anni apprezzato assessore alla cultura del Comune di Livorno, ha scritto un libro, Malcomune, Inclusione, resilienza e una beata minchia negli enti locali (Linkiesta). La storia si può rubricare sotto la voce memoir e racconta le vicissitudini di un assessore alla cultura, successi e cadute (assurda, ma ci arriviamo). Abbiamo fatto due chiacchiere.
Vorrei cominciare con domanda semplice: perché hai scritto questo libro?
Pensavo che fosse una storia che meritava di essere raccontata. Per la sua assurdità, e perché la trovo emblematica di questi tempi impazziti. Il motivo più autentico però è che, se quella storia non mi sono divertito a viverla, mi sono divertito moltissimo a scriverla. Alla fine, è sempre bene far pari.
Quando sei stato eletto, ti ricordi le tue prime impressioni?
I primi mesi ero sconvolto. Venivo dal privato, che è un mondo semplice: qui la mucca qui i soldi, per capirci. Non capivo quei meccanismi. Quello dell’amministrazione pubblica è un mondo complicato, che non funziona per atti concludenti ma sempre e solo per atti formali. Se hai sete non è che ti alzi e ti versi un biccher d’acqua, serve prima una delibera. Poi mi sono abituato. Ho imparato a non avere fretta.
A proposito di atti formali, quando ho cominciato a leggere il tuo libro, che da subito ti fa percepire questo eccesso, un po’ comico un po’ tragico, di atti formali, mi sono ricordato di quanto, ormai 35 ani fa, assunto al Ministero dell’Agricoltura, il dirigente mi fece leggere una circolare esplicativa e mi disse: vedi se è chiara. Incredibile a dirsi, già dalle prime righe persi di vista il soggetto, c’erano subordinate a iosa e vari punti, Aa, Aa1 e così via. Dissi la verità: non ci ho capito niente. Allora è perfetta- fu la risposta e poi il dirigente mi spiegò: con la chiarezza forniamo potere a chi legge, mentre così ci manteniamo il gusto della superiore interpretazione. Insomma, credo che tu abbia provato una sensazione simile, per esempio quando elenchi alcune definizione tutte formali che da subito sei stato costretto a digerire: La resilienza del territorio, la città pubblica sostenibile, la sostenibilità della citta pubblica resiliente, le eccellenze sostenibili del territorio resiliente, il parco inclusivo nella citta resiliente, ecc. ecc.
Hai ragione, e in effetti sono due piani che si sovrappongono. Quello del gergo amministrativo, involuto, autoreferenziale, in cui ogni volta si deve circoscrivere il perimetro normativo dentro il quale ci si muove, con tutte quelle circonlocuzioni prolisse, da una parte. Dall’altra le parole d’ordine della politica, almeno per la parte a cui tutto sommato pensavo di appartenere, che servono soprattutto a segnalare la virtù di chi le pronuncia. Non vogliono dire nulla, ma fanno dormire sereni la notte.
Cioè?
Cioè, sono parole che si tengono in bocca come i poppanti tengono il ciuccio: servono a stare sereni. Un ‘pacifier’, come direbbero gli americani: le dici e hai sistemato il mondo. L’Assessore buono e giusto dice ‘resiliente’, ‘inclusivo’, ‘fragilità’, dopodiché fa un ruttino e si addormenta.
Un altro passaggio mi ha colpito. Te lo cito “Negli anni del disamore generale per la politica e per le istituzioni, la linea era quella di riavvicinare i cittadini al Palazzo. Per questo, quindi, si ascoltavano sempre tutti, si aprivano le porte, si spalancavano, e anzi si chiedeva a tutti partecipazione”. Non sarà che il problema della democrazia e nell’eccesso di opinioni e richieste?
Personalmente ho sempre creduto nella democrazia rappresentativa: hai un programma, la gente ti vota, dopo cinque anni se non hai fatto quel che promettevi ti manda a casa. Una cosa semplice ed efficace.
Ma?
Poi invece sono dovuti andar dietro ai like sui social, al mito della democrazia diretta, alla retorica dei cittadini attivi. E chi sono questi cittadini attivi? Spesso sono quelli che non hanno niente di meglio da fare. E sono sempre gli stessi. A Livorno per esempio ci sono professionisti del comitato: sono una cinquantina e formano duecento comitati.
Pensionati del pubblico, per lo più. Pontificano su tutto, specie su ciò di cui non sanno nulla.
In ragione di quanto ci siamo detti, mi racconti un episodio tragicomico? O solo l’uno o l’altro che ti è capitato e che consideri rappresentativo?
Di episodi ne racconto qualcuno nel libro. Ce ne sarebbero tanti. In generale però potrei dire i consigli comunali. O meglio, il teatro dei consigli comunali.
Cioè?
Tutto il tempo perso a contrapporsi con foga sul nulla, senza mai che nessuno entri davvero dentro una questione. E così ci sono le grandi mozioni della maggioranza e quelle dell’opposizione, fatte solo per ribadire la casacca che si indossa: metti il crocifisso nelle aule, togli il crocifisso nelle aule, Titola la rotatoria alla Fallaci, opponiti alla Fallaci. Proponi la cittadinanza onoraria a Gratteri anche se non si capisce bene quale sarebbe il motivo per cui Livorno dovrebbe averlo come cittadino onorario. E su qualunque cosa, la bava alla bocca, da entrambe le parti. Argomentazioni ridicole, scimmiottamenti del dibattito politico nazionale che già non brilla per acume. Per carità, lo capisco: la democrazia è fatta anche di questa roba qui. Solo che dopo un po’ uno, mi si perdoni la franchezza, si rompe i coglioni. Stai lì, sul bancone della giunta, e pensi: “ma io davvero devo stare qui fino alle otto di stasera a sentire uno che magnifica una scrittrice di cui non ha mai letto un rigo o un altro che propone ‘il muro della gentilezza’?” Il muro della gentilezza, capisci? Solo il nome mi fa salire la bestia.
Facciamo una digressione? Anche perché gli episodi che racconti nel libro si prestano a riflessioni varie, ma secondo te, in Italia il dibattito pubblico, come sta messo? A giudicare dai talk televisivi, penso che stia messo peggio dei teatri dei consigli comunali.
Potrei cominciare a risponderti come nelle riunioni degli alcolisti anonimi: mi chiamo Simone e non guardo un talk show da cinque anni. E sarebbe la verità. Capita di imbattercisi, perché, sia chiaro, io la televisione la guardo, non è che la sera leggo Hegel in tedesco.
Comunque capita…
Capita, dicevo, ed è desolante e non resisto più di un minuto. La totale disonestà intellettuale, a destra come a sinistra, il teatrino, la sensazione di essere sempre allo stadio a fare i cori. Mai una riflessione sensata, un confronto, nulla. Sempre e solo questo accertarsi di essere ben posizionati rispetto al proprio pubblico. La politica ormai è solo questa roba qui.
Esempio?
Ti faccio un esempio: sono esilarato ma per niente stupito della questione Tesla – Fratoianni. Perché, francamente, ma chi se ne frega della macchina di Fratoianni. Ma se la prima cosa che dici quando te ne chiedono conto invece di rispondere l’ovvio, ovvero, “Ma che vi frega di che macchina guido”, la prima cosa che ti viene in mente è “non è mia, chiedete a mia moglie” ti cascano le braccia per non dire di peggio. Capisci? Il terrore del buono e giusto davanti alla macchietta reputazionale. Ma non è straordinariamente ridicolo?
A proposito del terrore reputazionale, a un certo punto – e lo si racconta nel libro- all’Assessore capita una cosa che poi da l’abbrivio alla storia. Che è sucesso?
Capita che l’otto di ottobre dello scorso anno scrivo un post su Twitter, o come vuoi chiamarlo, in cui mi incazzo per la vignetta di un noto giornale sul sette ottobre dell’anno prima, quando cioè si consumò il più atroce pogrom di ebrei dalla seconda guerra mondiale. Da questo un giornalista ritenne di dover spulciare la mia timeline e passare altri miei post, giudicati “transfobici”(sic), a una consigliera del m5s che ha gridato allo scandalo. Da questo, senza mai entrare nel merito di quei post, il Sindaco ha chiesto e ottenuto in 48 ore le mie dimissioni. Non contento, però, il Sindaco ha ritenuto giusto indire una conferenza stampa nella quale, in sostanza, patrocinava la mia gogna pubblica. Credo si tratti, ancora una volta, dell’effetto “Tesla-Fratoianni” di cui sopra. Nella sinistra dei buoni e dei giusti, come si è visto, si è pronti a rinnegare la moglie in trenta secondi, figuriamoci un assessore che ha servito fedelmente per cinque anni e mezzo e si è messo in testa a una lista che ha evitato al Sindaco il ballottaggio.
Tutta questa storia tragicomica è raccontata molto bene nel tuo libro che spero sia anche da monito per le orribili gogne, ora l’ex Assessore come si sente?
Si sente liberato. Senza rimpianti.
Tornasse indietro?
Tornassi indietro magari non mi sottoporrei più a quell’autodafé della conferenza stampa di scuse. Ma in ballo non c’era solo il mio lavoro. Mi dispiaceva per il Sindaco e la Giunta, persone che credevo meritassero quel sacrificio, e che invece non meritavano nulla. A parte questo però, devo ringraziarli: sono molto più felice adesso di quando facevo l’Assessore. E, soprattutto, non sono uno che vive di risentimento. La verità è che io non ero fatto per quel lavoro, neanche quando lo facevo bene.Loro invece sono perfetti per il lavoro che fanno, anche quando lo fanno male. Se sia un complimento o no lo lascio decidere al lettore.
Senti, novità per i Virginiana Miller?
Stiamo registrando qualche pezzo nuovo. Canzoni di cui siamo molto contenti. Le faremo uscire una via l’altra. Coi nostri tempi dilatati, certo. Tanto, francamente, non è che il mercato discografico stia lì in fibrillazione, nell’attesa.








