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Home Lezioni Private

La pelle e le storie

da Antonio Pascale
24/06/2025
in Lezioni Private
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Enzo Battarra ha molte vite, molte storie: dermatologo, critico d’arte, curatore di mostre. Qui, in veste di dermatologo, ci racconta i sogni, i segni e i sintomi della nostra pelle.

Sono cambiate le malattie dermatologiche in questi ultimi decenni?

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Sono cambiate le malattie, ma è cambiato soprattutto il paziente dermatologico in questi ultimi decenni. Sono uno che ha iniziato l’attività 40 anni fa. All’epoca dominavano la malattie infettive, quelle batteriche, virali e parassitarie, e le patologie infiammatorie croniche della pelle. Per le lesioni oncologiche era difficile che un paziente mostrasse un “neo” da controllare perché si era recentemente modificato, piuttosto si arrivava a situazioni tumorali inoltrate, a volte anche mostruose. C’era l’idea tra i pazienti che qualunque “novità” comparisse sulla pelle non avrebbe mai potuto compromettere seriamente la vita. 

Invece?

Invece si sono resi conto che non è così. Purtroppo esistono malattie cutanee letali, sia oncologiche sia infiammatorie ma anche infettive. E come spesso accade, si è scivolati verso l’eccesso opposto. Ora diventano “urgenti” i controlli dermatologici per manifestazioni banali o per lesioni estremamente tranquille. Il rammarico è che non abbiamo saputo diffondere una corretta informazione. Certo, meglio eccedere in allarmismo che non in superficialità. Il problema è che poi non ci sono tanti dermatologi per poter soddisfare nell’immediato tutte le paure e le angosce che si generano nei pazienti. Quaranta anni fa nessun dermatologo avrebbe pensato di dover effettuare una “mappa dei nei”, ora invece tale pratica occupa buona parte del nostro tempo nello studio medico ed è proprio questo il sistema con cui si fa corretta prevenzione.

Tu hai iniziato 40 anni fa quindi immagino che avrai visto i primi pazienti HIV?

Fu all’inizio degli anni Novanta che il fenomeno AIDS si diffuse fortemente anche a Caserta. Era il 1993 quando cominciai a lavorare in ospedale, dopo dieci anni di attività come medico di famiglia e come dermatologo libero professionista. Avevo seguito gli sviluppi dell’infezione da HIV sulle pubblicazioni scientifiche e avevo ascoltato alcune relazioni ai congressi, ma l’impatto con questa nuova realtà fu dirompente.

Cioè?

In quegli anni ci fu un dibattito su quale fosse la figura di specialista medico competente a gestire i pazienti con AIDS. E questo perché la nostra specializzazione in dermatologia è sempre collegata alla venereologia, cioè alla diagnosi e alla cura delle infezioni sessualmente trasmissibili. In più i pazienti con HIV spesso presentavano come prime manifestazioni lesioni dermatologiche. Ma in tutta Italia si definì che fossero gli infettivologi a occuparsene, con il supporto esterno dei dermatologi. E così ci strutturammo anche all’ospedale di Caserta. D’altronde, il reparto di Malattie Infettive era già provvisto di stanze per l’isolamento dei pazienti contagiosi. C’era un collega infettivologo che con molta generosità e scrupolo professionale iniziò a sviluppare un ambulatorio per pazienti HIV positivi, ricorrendo alla degenza quando necessario. Diventai di fatto il suo consulente dermatologo. E da quel momento posso dire di aver visto sia patologie dermatologiche mai riscontrate prima sia manifestazioni cutanee abnormi legate all’amplificazione dei sintomi di patologie anche comuni. 

Non erano comuni immagino, purtroppo.

E sì, ho imparato a riconoscere cosa potesse succedere in un paziente con grave immunodeficienza. Le espressioni cliniche diventavano così gigantesche da risultare poco riconoscibili. Ricordo che fotografai all’epoca alcune “misteriose” lesioni nodulari del viso di un ragazzo di colore. All’esame istologico si rivelarono essere molluschi contagiosi, una patologia banale indotta da virus, molto frequente soprattutto in età pediatrica. Ebbene, in quel paziente HIV positivo i piccoli elementi sporgenti facilmente riconoscibili come molluschi contagiosi diventavano noduli abnormi. Ebbene, pubblicai quel caso clinico e lo presentai ai congressi riportando stupore e grande attenzione per il contributo scientifico. Un altro esempio mi fu dato dai casi di scabbia norvegese riscontrati. Si tratta di una patologia legata allo stesso acaro della scabbia comune, ma assume aspetti clinici molto più intensi e devastanti in presenza di immunodeficienza. L’avevo studiata sui trattati di dermatologia come memoria storica con fotografie d’epoca, invece me la trovavo dinanzi agli occhi e dovevo rapidamente trovare una soluzione per alleviare i sintomi ai pazienti, imparando sul campo a gestire tali situazioni. Anni dopo sarebbero arrivati i farmaci antivirali appropriati e tutto questo sarebbe diventato fortunatamente un incubo ormai quasi del tutto superato.

Sei stato anche uno dei primi a curare i primi immigrati che a partire da metà degli anni ’80, arrivavano da Senegal, dalla Nigeria a Caserta per lavorare come braccianti. Anche lì, notavi qualche patologia particolare?

Sì, anche qui ho dovuto fare esperienza sul campo. Quando agli inizi degli anni Novanta iniziai a lavorare in ospedale a Caserta, il fenomeno dell’immigrazione, soprattutto da alcuni Paesi africani, era già molto spinto. E i ragazzi immigrati avevano iniziato a superare le difficoltà nell’approccio al nostro Sistema Sanitario Nazionale e cominciavano ad accedere ai nostri servizi. Pertanto, spesso con la modalità del pronto soccorso, venivo chiamato a valutare le manifestazioni dermatologiche di immigrati dalla pelle nera. Sembra una banalità, ma non è così. 

Com’era?

Una delle lesioni elementari cutanee, forse quella fondamentale, è l’eritema, ovvero l’arrossamento. Ebbene, sulla pelle nera questo elemento viene a mancare. I miei anni di studio e di professione iniziale si erano sviluppati sempre su pazienti di pelle chiara. Anche le foto sui testi su cui mi ero preparato erano riferite a pazienti bianchi. Dunque, non avevo esperienza e non avevo riferimenti immediati. Mi vennero in soccorso le pubblicazioni scientifiche statunitensi e di altre nazioni dove la multietnia era già presente da tempo. E poi l’esperienza quotidiana. In più, va detto che ho dovuto anche affrontare delle “novità”, nel senso che alcune patologie dermatologiche erano misconosciute in Italia, mentre erano presenti nel continente africano. Va aggiunto che io ero già all’epoca in contatto per rapporti di amicizia e di condivisione politica con alcune realtà dell’associazionismo casertano attive nel campo dell’accoglienza degli immigrati, come Nero e Non Solo o Casa Rut. In pochi mesi iniziai a visitare centinaia e centinaia di persone dalla pelle scura, acquisendo un’esperienza quasi unica. Infatti, ai congressi nazionali spesso portavo relazioni sulle differenze tra le espressioni cliniche  su pelle bianca e pelle nera, oltre a segnalare alcune patologie non comuni alle nostre latitudini. E vedevo sempre molto interesse da parte dei colleghi di altre regioni italiane dove il fenomeno dell’immigrazione dall’Africa non si registrava ancora. Devo dire che mi fu molto utile all’epoca la collaborazione con il docente universitario napoletano Pompeo Donofrio, che fu tra i primi nella nostra regione a occuparsi come dermatologo di AIDS e di malattie cutanee “in bianco e nero”, felice espressione coniata proprio da lui.

Dunque, siamo nel paese di Masterchef, abbondanza e disponibilità di cibo, il sogno che i nostri avi per millenni con preghiere e scongiuri hanno cercato di realizzare, senza riuscirci. Bene, tornando all’inizio, in questo contesto quali sono le nuove malattie dermatologiche?

Il corretto stile di vita, si sa, è uno dei migliori strumenti per ridurre il rischio di patologie di vario genere. Quindi anche anche una sana alimentazione rientra in tale ottica di salute. È così che si fa prevenzione primaria, quella che serve a evitare che la malattia insorga. Ovviamente c’è una forte correlazione tra ciò che mangiamo e le manifestazioni cutanee. Per alcune patologie come l’acne è risaputa, anzi sopravvalutata, l’influenza che il cibo ha sulle lesioni dermatologiche. Va detto che l’acne è una manifestazione cutanea più frequente negli adolescenti ed è proprio in quella età che si fa più abuso di cibo spazzatura (junk food). Ed è scientificamente accertata la correlazione tra alimentazione e acne. Ma non è certo l’unico caso. Anche malattie che sembrano scevre dalla dipendenza dal cibo, come la psoriasi, hanno in realtà una correlazione. La conseguenza diretta dell’abuso di cibo è l’obesità. Ebbene, questa condizione pregiudica fortemente lo stato di salute della pelle.

Restando in tema di benessere e di nuovi stili di vita, ritieni che esista anche una componente scatenante legata allo stress? Siamo più stressati? La Pelle ne risente?

In campo dermatologico sono numerose le malattie a carattere psicosomatico, per non dire tutte. La pelle è caratteristicamente un organo bersaglio su cui scaricare l’ansia, lo stress. A differenza di altri organi, però, è quello visibile anche agli altri, quindi con contraccolpi ulteriori sulla psiche. Noi usiamo il termine “dismorfofobia” per indicare quel malessere psichico rispetto a difetti cutanei a volte pressoché inconsistenti. È evidente che più c’è un’estensione delle manifestazioni dermatologiche e più il paziente ha dei contraccolpi psicologici, che a loro volta peggiorano il quadro clinico. Si instaura un circolo vizioso, che finisce per limitare le relazioni esterne del paziente e la sua stessa presenza in società. D’altronde, il ricorso sfrenato alle cure estetiche sta comportando un’ulteriore rivoluzione in campo dermatologico, con colleghi specialisti indirizzatisi sempre più verso le terapie di supporto a un’ipotetica agognata bellezza. E questo desiderio di bellezza è ancor più motivo di stress e di peggioramento dello stato di salute della pelle. Ovviamente, c’è un business enorme che accompagna questo fenomeno di massa, con tutti i supporti comunicativi che la globalizzazione riesce a fornire. A tutto questo va aggiunto il ritmo di vita che diventa sempre più frenetico, più compresso nei tempi, quindi più stressante. E la pelle ne soffre.

Nel futuro cosa si prospetta per la nostra pelle? Reggeremo le gioie e i dolori della modernità?

Il nostro corpo è in continua evoluzione e di conseguenza lo è la nostra pelle. Nuove malattie dermatologiche nasceranno. 

Esempi?

Un esempio ci è stato dato dal Covid. Faccio parte di un gruppo di dermatologi italiani che tra i primi a livello internazionale ha segnalato e documentato, pubblicando il tutto su un’importante rivista scientifica europea, alcune nuove manifestazioni cutanee legate al Covid. Scoprimmo, lavorando in rete tra di noi, che durante la pandemia soprattutto i bambini presentavano manifestazioni simili a geloni, anche se non si era in un periodo freddo. Ebbene, questa nostra intuizione permise di anticipare le singole diagnosi di Covid prima che arrivasse la risposta del test di laboratorio. Nuove malattie, dunque, ma anche nuove funzioni si prospettano per la nostra pelle. 

La pelle è il confine?

La cute è il confine che separa noi dal mondo esterno, e mi piace dire “confine”, ovvero “cum finis”, condividere la fine, non uso espressioni come frontiera, barriera o limite. La nostra pelle è un confine permeabile, assorbe e rilascia, quindi interagisce con l’altro da sé. In una futuribile evoluzione umana immagino un’estensione dei sensi, soprattutto quelli legati alla pelle, che, lo ricordo, è l’organo più esteso del corpo umano. 

E dunque, reggeremo le gioie e i dolori dell’avanzare dei tempi?

Sì, se sapremo accettare e riconoscere il nostro confine cutaneo. La pelle di ognuno di noi è un quadro che racconta le nostre storie, come le pagine di un libro. A livello cutaneo leggiamo le cicatrici, gli esiti di scottature solari e non, leggiamo tumori che narrano le nostre abitudini, ma anche malattie infiammatorie e infettive che parlano di noi, leggiamo i tatuaggi, quelli volontari e quelli involontari, determinati da incidenti della strada o dall’accumulo di ferro nella pelle degli arti inferiori. E leggiamo le rughe, le smagliature, che pure raccontano del proprio lavoro, delle proprie abitudini, dei propri piaceri. E leggiamo anche gli interventi estetici, le correzioni, le vanità. Penso che nel futuro la pelle parlerà sempre più di noi, perché interagirà grazie alla tecnologia con il mondo esterno in maniera totalizzante. Si contaminerà di informazioni e racconterà sempre più storie. E parlerà delle nostre gioie e dei nostri dolori più di quanto possano fare le parole.

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