Alberto Guidorzi ci parla della stalla, di com’era e di cosa si organizzava al suo interno negli anni 50 del Novecento. Siccome molti giorni erano caratterizzati da intemperie e la sera arrivava presto, a parte rimanere in cucina per il tempo di consumare frugali pasti, tutto il resto del tempo lo si passava in stalla.
Scrive Guidorzi: era una sorta di fonte energetica per le famiglie della corte e dei salariati del circondario. In ognuna era solito raccogliersi un certo numero di famiglie che sfruttavano il calore animale per rimanere al caldo durante i mesi freddi autunno-invernali.
Tuttavia l’ambiente chiuso e angusto permetteva sì di accumulare e conservare il calore (diciamo che era un’energia termica in ogni modo prodotta e disponibile a basso costo), ma, l’odore non era dei migliori. Anche per questo frequentare le stalle per quelli del paese era da buzzurri. Nelle case di campagne esistevano camini e stufe, ma si utilizzavano solo lo stretto necessario per cucinare.
Raccogliersi insieme nella stalla – dice Guidorzi- veniva chiamato Il filò. Una consuetudine con tanto di data d’inizio: la sera del 2 di novembre di ogni anno, tutto il vicinato che gravitava d’abitudine su quella determinata stalla, lì si riuniva. Non si stava, tuttavia, con le mani in mano. Si doveva sempre fare qualcosa di produttivo.
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Dunque, le donne (addossate l’una all’altra, per godere della luce che penetrava dalle finestre o per sfruttare la scarsa luce delle lampade a petrolio o ad olio, in molte zone di campagna l’elettrificazione tardò ad arrivare) erano sempre impegnate, pure nei mesi in cui i lavori nei campi non abbisognavano della loro opera: filavano lana, canapa e cotone (i primi due prodotti in azienda, il terzo acquistato), lavoravano a maglia, rattoppavano gli indumenti usati o ne cucivano di nuovi perché fossero pronti per i lavori primaverili estivi. Il nome di “filò” deriva appunto da questi lavori aventi tutti come fattore comune il filare o in ogni caso il filo (. Il filò ha anche preso l’accezione più generalizzata di conversazione ed il “far filò” divenne sinonimo di scambio di chiacchiere e anche di pettegolezzo).
Si confezionavano maglie, calze e si facevano scorte delle parti plantari della calza che poi andavano a sostituire quelle rotte di altre calze. Il colore del plantare nuovo era un optional, non sempre corrispondeva a quello della calza, il tutto dipendeva dal colore del filo che si aveva.
Gli uomini la sera non lavoravano, ma si riunivano per giocare a carte o raccontarsi soprattutto storie di vita militare o di rari viaggi. Chi aveva combattuto la prima guerra mondiale narrava di combattimenti accaniti e d’attacchi all’arma bianca di caporali e sergenti, capitani e colonnelli; tutti avevano partecipato ad azioni pericolose e decisive.
Gli uomini non sempre rimanevano nella stalla abituale; spesso si spostavano da una all’altra per trovare altri motivi di conversazione o divertimento. A volte accadeva che all’imbrunire capitasse qualche girovago (persone senza fissa dimora) a chiedere ospitalità nella stalla o sul fienile per la notte.
Il loro arrivo era un avvenimento, a volte era un ritorno dove già erano conosciuti, e per quella sera lo spettacolo era assicurato. Se la drammatizzazione raggiungeva un certo livello, la gente si commuoveva fino alle lacrime. L’avvenimento era allietato anche dalla messa a disposizione di un secchio di vino, che in realtà era vinello di seconda tratta o vino torchiato, con immerso un mestolo che serviva da bicchiere per tutti.
Bambini ed adulti erano sempre insieme, ma, nonostante la scarsa cultura, la pedagogia del buon senso proteggeva i più piccoli dai discorsi dei grandi. Certi argomenti, inoltre, erano trattati unicamente da donne anziane, alle giovani era solo permesso arrossire.
Altra figura dei filò erano “i filunsér”, giovanotti, anche sconosciuti, che certe sere si presentavano nelle stalle e vi si intrattenevano un po’. Normalmente la loro visita aveva lo scopo di “perlustrare” il territorio per adocchiare le ragazze da marito. Era normale che le donne anziane, più esperte, individuassero ancor prima dell’interessata quale fosse la ragazza oggetto d’attenzione e quindi usassero, quando il pretendente se n’era andato, ironizzare all’indirizzo di quest’ultima, mettendola in profondo imbarazzo.
La stalla era anche la stanza dove la famiglia a turno faceva il bagno settimanale; un capiente mastello di legno era approntato in stalla ed una fornace mobile era sistemata nelle vicinanze per procedere al riscaldamento dell’acqua e al riempimento del mastello. L’acqua serviva per più bagni, al massimo vi si aggiungeva un po’ di nuova acqua calda. Normalmente la biancheria intima di ricambio era posta negli armadi di casa e quindi da indossare sarebbe stata particolarmente fredda e umida, era allora portata in stalla per tempo, se poi la si voleva ancora più vicina alla temperatura corporea, bastava posarla per qualche tempo sulla groppa delle vacche.







