Un saggio di Nicolas Eberstadt pubblicato di recente su Foreing Affairs ci avverte che manca poco, sta arrivando l’era dello spopolamento. Per la prima volta dalla peste nera del 1300, la popolazione planetaria diminuirà. Ma mentre l’ultima implosione è stata causata da una malattia mortale trasmessa dalle pulci, quella imminente sarà interamente dovuta alle scelte fatte dalle persone.
Circa 700 anni fa, la peste bubbonica ridusse allo stremo e di un terzo la popolazione europea. Ma non abbiamo memoria collettiva dello spopolamento, anche perché nei sette secoli successivi, la popolazione mondiale è aumentata di quasi 20 volte. E solo nel secolo scorso, nella seconda metà del Novecento, la popolazione umana è quadruplicata.
Ma da 60 anni la popolazione è in declino, non a causa di malattie, anzi la vita media è in aumento ovunque, ma per una nuova forza rivoluzionaria: in tutto il mondo sta venendo meno il desiderio di avere figli.
Facciamo qualche esempio: in questi decenni i tassi di fertilità complessivi dell’Europa sono stati costantemente al di sotto della sostituzione (quando i nuovi nati non compensano le uscite, ovvero i morti). La fertilità russa è scesa per la prima volta al di sotto della sostituzione negli anni ’60, durante l’era di Brežnev, e dalla caduta dell’Unione Sovietica, la Russia ha assistito a 17 milioni di decessi in più rispetto alle nascite.
Come la Russia, i 27 paesi dell’attuale Unione Europea sono circa il 30 percento al di sotto della sostituzione oggi. Insieme, hanno registrato poco meno di 3,7 milioni di nascite nel 2023, in calo rispetto ai 6,8 milioni del 1964. L’anno scorso, la Francia ha registrato meno nascite rispetto al 1806, anno in cui Napoleone vinse la battaglia di Jena; l’Italia ha registrato il minor numero di nascite dalla sua riunificazione del 1861; e la Spagna il minor numero dal 1859, quando ha iniziato a compilare dati moderni sulle nascite. La Polonia ha avuto il minor numero di nascite nel dopoguerra nel 2023; così come la Germania. L’UE è una zona di mortalità netta dal 2012 e nel 2022 ha registrato quattro decessi ogni tre nascite. L’UNPD ha segnato il 2019 come l’anno di picco per la popolazione europea e ha stimato che nel 2020 il continente è entrato in quello che diventerà un declino demografico a lungo termine.
E’ così in tutto il mondo, un po’ meno in America del Nord e in alcuni paesi d l’Africa subsahariana (ma il tasso di fertilità è in calo anche lì). Nessuno ancora ha chiaro il motivo o i motivi di tale decrescita.
Nel periodo postbellico è stata pubblicata una vera e propria biblioteca di ricerche sui fattori che potrebbero spiegare il declino della fertilità. Di seguito: calo dei tassi di mortalità infantile, maggiore accesso alla contraccezione moderna, tassi più elevati di istruzione e alfabetizzazione, aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro e dello status delle donne: tutti questi potenziali determinanti e molti altri sono stati ampiamente esaminati dagli studiosi
Ma alla fine, nel 1994, l’economista Lant Pritchett scoprì il più potente predittore di fertilità nazionale mai rilevato. Quel fattore decisivo si rivelò semplice: cosa vogliono le donne. Poiché i dati dei sondaggi si concentrano convenzionalmente sulle preferenze di fertilità femminile, non su quelle dei loro mariti o partner, gli studiosi sanno molto di più sul desiderio delle donne di avere figli rispetto a quello degli uomini. Pritchett determinò che esiste una corrispondenza quasi uno a uno in tutto il mondo tra i livelli di fertilità nazionale e il numero di bambini che le donne affermano di voler avere. Questa scoperta sottolineò il ruolo centrale della volontà umana nei modelli di fertilità.
Ma cosa spiega questa volontà? Perché, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, le famiglie con un solo figlio, o senza figli, stanno improvvisamente diventando così tanto più comuni? I demografi non sono ancora stati in grado di rispondere a questa domanda, per ora ci si limita ad alcune speculazioni
È evidente, ad esempio, che una rivoluzione familiare, non solo nella procreazione, è in corso nelle società di tutto il mondo. I demografi rubricano questa rivoluzione sotto la voce “fuga dal matrimonio”. Più precisamente si stanno evidenziando queste tendenze: a) le persone si sposano in età avanzata o non si sposano affatto, b) diffusione della convivenza non coniugale e delle unioni temporanee; c) aumento delle case in cui una persona vive in modo indipendente, in altre parole, da sola.
Queste nuove tendenze sono fortemente correlate con i bassi indici di fertilità (al di sotto soglia della soglia di sostituzione).
È sorprendente che queste preferenze rivelate siano diventate così rapidamente prevalenti in quasi tutti i continenti. Le persone in tutto il mondo sono ora consapevoli della possibilità di stili di vita molto diversi da quelli dei loro genitori. La fede religiosa, che generalmente incoraggia il matrimonio, sembra essere in declino in molte regioni dove i tassi di natalità stanno crollando. Al contrario, le persone apprezzano sempre di più l’autonomia, l’autorealizzazione e la comodità. E i bambini, per le loro numerose gioie, sono per eccellenza scomodi.
Inoltre, ciò che sta accadendo potrebbe essere meglio spiegato dal campo delle teorie mimetiche: molte donne (e uomini) potrebbero essere meno desiderose di avere figli perché molti altri ne hanno meno. La crescente rarità di famiglie numerose potrebbe rendere più difficile per gli esseri umani scegliere di tornare ad averne, a causa di ciò che gli studiosi chiamano “perdita di apprendimento sociale”, e prolungare bassi livelli di fertilità.
Visto che nel prossimo futuro la vecchia piramide della popolazione verrà ancora più decisamente capovolta e le società assumeranno nuove strutture, che fare per continuare a vivere senza drammi?
Via via che si manifesterà la transizione verso lo spopolamento affronteremo cambiamenti dolorosi. Cambieranno o forse si spegneranno del tutto i sistemi pensionistici, l’assistenza sanitaria per la vecchiaia rischierà di fallire man mano che la popolazione attiva si ridurrà e il numero di anziani aumenterà. Inoltre un paese invecchiato o in via di spopolamento non avrà sufficienti risparmi da investire nella crescita o magari per sostituire vecchie infrastrutture e attrezzature. In breve, gli incentivi attuali sono seriamente disallineati per l’avvento dello spopolamento.
Lo scenario insomma è grigio, ma un po’ di luce? Alcuni analisti sostengono che l’umanità ha già trovato il modo per fuggire dalla scarsità materiale e infatti il mondo gode di una maggiore prosperità. Questa prosperità può ancora funzionare indipendentemente dal fatto che la popolazione aumenti o diminuisca. Tutto sta a lottare per una pacifica cooperazione, perché sì, magari l’’umanità esplorerà il cosmo e continuerà a rimodellarsi, ma visto lo stato dell’arte ci vorrà molta creatività collettiva, inventiva e adattabilità e tanta collaborazione per far fronte alle conseguenze dello spopolamento.
https://www.foreignaffairs.com/world/age-depopulation-surviving-world-gone-gray-nicholas-eberstadt







