L’archetipo dell’agricoltura tradizionale, quella con approcci produttivi ideali, talvolta eroici, e generalmente refrattaria alle innovazioni e alla modernità, esiste ancora e talvolta si esprime con formule competitive di successo, intercettando i fabbisogni di specifici segmenti del mercato, circoscritti in termini di dimensione fisica ed economica.
I cambiamenti strutturali degli ultimi decenni hanno portato alla scomparsa delle piccole aziende agricole diversificate, dedite prevalentemente all’approvvigionamento del mercato locale, con prodotti a chilometro zero, come le uova, la carne, gli ortaggi e la frutta.
Ce ne rendiamo conto quando analizziamo le statistiche di lungo periodo dell’Istat che rivelano come l’attività agricola sia andata sempre più concentrandosi, negli anni, verso i territori più produttivi, dove si verificano condizioni favorevoli per la coltivazione e l’allevamento.
Nel 1921-1930, i seminativi coltivati in Italia erano 13,2 milioni di ettari. Con l’ultimo Censimento del 2020, si sono ridotti a circa la metà (7,2 milioni di ettari) e non sono venute meno certamente le aree irrigue di pianura.
Oggi, meno di 300.000 aziende agricole coprono il 91% del valore della produzione agricola nazionale, occupano il 75% della superficie coltivabile, il 63% delle unità lavorative ed allevano il 97,5% del bestiame.
Tra il 1950 ed il 1960, 38 occupati su 100 attivi in Italia erano impegnati nei settori dell’agricoltura, delle foreste e della pesca, con una produzione che in buona parte finiva nelle mense dei consumatori, dopo pochi passaggi, se non in maniera diretta (dalla fattoria alla tavola).
https://www.agrariansciences.it/2025/07/l-avversione-all-agricoltura-moderna.html#more
Oggi la proporzione è solo 3,6 lavoratori su 100 che sono quotidianamente impegnati per provvedere al fabbisogno alimentare e anche il più semplice prodotto agricolo compie diversi passaggi, prima di finire in cucina.







