Conosco persone che abbracciano gli alberi. Io no, però spesso rimango a guardarli, gli alberi, dico, e qualche volta guardandoli subisco come un incantamento.
Conoscono persone che non leggono libri, non guardano la tv, e poche volte vanno al cinema. Però, appena possono, la mattina presto vanno per boschi o scalano montagne, restano nel bosco e o sulla vetta e dicono che mai si sono sentiti bene come in quel momento. Bene e, sì – dicono- forse proprio felici, sicuramente eccitati, vuoi dal sottobosco, dai muschi sulla corteccia dei faggi o dai ghirigori della luce che penetra tra il fogliame. Per non parlare del senso di vastità e profondità (loro dicono spirituale) che si prova guardando il mondo da una vetta.
Esistono dunque persone che non leggono, non guardano la tv, non partecipano ai dibattiti culturali ma sperimentano esaltanti sensazioni estetiche e estatiche semplicemente immergendosi nella natura. Dicono: questa magnifica alba, altro che film- a volte, da scrittore mi accorgo che queste persone raccontando di quell’alba raggiungono intensità proustiane, anche se non hanno mai letto Proust.
Inoltre, insistono su un punto: davanti la bellezza della natura, certi spettacolari tramonti, onde di vento che muovono campi di grano o altro, loro non riescono a stare soli, e abbracciano la persona che è vicina a loro, con lei parlano o si confidano o l’ascoltano.
E se sono soli telefonano a una persona cara. La bellezza della natura richiama un senso di comunione, come se, in fondo, in tutto quello di orribile che succede, noi umani siamo sempre capaci di ritrovarci anche per un momento accomunati dalla bellezza di un tramonto.
Lo psicologo Marc Berman è uno di quelli che da giovane abbracciò una quercia. L’abbraccio non era previsto, si sentì attratto dall’albero e ne ricavò una sensazione di comunione imprevista e improvvisa con la quercia tanto che cominciò a parlare con la pianta.
A distanza di tempo da quell’abbraccio spiegò che: “Sono uno scienziato, quindi non so se credo davvero in questa roba, ma aveva un’aura. C’era qualcosa di molto potente in quell’albero”.
L’abbraccio in realtà – come ha ricordato poi -arrivava in un periodo particolare della sua vita: stava svolgendo una ricerca sui benefici della Natura e quella conversazione con la quercia fu risolutiva.
I suoi studi analizzano e danno corpo a una sensazione comune. Passeggiare nella natura fa bene. Migliorano molti parametri. Oltre alle funzioni mentali, migliora la concentrazione, l’ispirazione fluisce senza attriti.
Camminare attraverso i paesaggi o anche solo ammirarli da una finestra apporta benefici al nostro corpo: si riduce la pressione sanguigna, e i tempi di guarigione sono più rapidi, per non parlare dei benefici cambiamenti dell’umore, che poi, a pensarci bene, sono alla base della nostra felicità.
Il problema è che la natura non è per tutti, o meglio le città non sempre sono fornite della necessaria dose di natura, e questo è indubbiamente una discriminazione, spesso i meno benestanti, che vivono in posti bui e in slam di varia tipologia, si impoveriscono ancora di più, proprio per l’assenza delle natura (o meglio della natura subiscono solo gli aspetti più pericolosi).
Con questo numero raccontiamo alcuni studi che analizzano i benefici ancestrali derivati dal rapporto con la natura, tra questi un senso di empatia, che ricordiamo fornisce a noi tutti, soprattutto nei periodi difficili, la sensazione che siamo fatti anche per la trascendenza e non solo per l’appropriazione.
L’empatia – sostengono gli studi- è migliorata dalla natura e la nostra empatia può migliorare la natura umana, in un gioco benefico di specchi e di riflessi, come certe trame di luce che solo la natura sa creare.







