Una volta a Lima, in pieno centro storico, sono entrato in un locale e ho letto una targa celebrativa affissa sopra un tavolo: qui Garibaldi schiaffeggiò un inglese perché aveva parlato male dell’Italia.
Se andate a Taganrog, la città che ha dato i natali al grande scrittore Antov Cechov, sul lungomare Puškinskij c’è il monumento a Garibaldi, perché sì, il Generale è arrivato anche lì, nel basso Mar d’Azov, da giovane, comandante in seconda di un battello, partito da Nizza e giunto in questo porto russo per comprare grano.
Questi sono due fatti della storia di Garibaldi, due tra i molteplici fatti della sua storia. E fra questi, ce n’è uno davvero poco indagato: Garibaldi agronomo.
Meno male che colma il vuoto Virman Cusenza con il suo nuovo libro, L’altro Garibaldi. I diari di Caprera (Mondadori).
Il libro nasce quando Cusenza, visitando la casa di Garibaldi a Caprera, si rende conto di una cosa: quella che immaginavamo come una dimora appartata, quasi da ritiro, non era affatto un seconda casa da vacanza, ma un’azienda agricola futuristica (per quei tempi).
A Caprera, dice Cusenza, emerge la grandezza di un disegno: “Il tentativo di realizzare qualcosa di non banale, quindi di durevole nel tempo e capace di sfidare la natura”.
Garibaldi, con l’ispirazione che prende i migliori agronomi, riesce dunque a ricavare terra da coltivare (e coltivare bene, con metodi innovativi) da un paesaggio dominato da rocce e granito, trasformando un ambiente ostile in un luogo abitabile e produttivo (fa saltare le rocce con la dinamite, utilizza la sue conoscenze militari per scopi pacifici): Garibaldi diventa a tutti gli effetti anche un eroe dell’agricoltura (a quei tempi non così produttiva: si trasferisce a Caprera in maniera graduale nel 1856).
Dunque, Garibaldi fatica sulla terra e si danna per far nascere fiori e frutti non meno di quanto si è dannato sui campi di battaglia.
Accade dunque che Virman Cusenza si mette a leggere i diari agricoli di Garibaldi (riesce ad aver accesso alla, tra l’altro bellissima, copia calligrafica, messa per lui a disposizione dal museo per il Risorgimento) e scopre la perizia metodologica e agronomica di Garibaldi: teneva un vero e proprio diario aggiornato, prendeva nota delle temperature, il vento, la pressione atmosferiche, le fioriture (nel frattempo scriveva note o riceva emissari di Cavour).
Insomma, non era un’isola da villeggiatura, lì lavora, e con i proventi della terra campava la famiglia.
Intanto si appassiona alle api (il capitolo molto bello si intitola La guerra delle api), arriva ad avere 40 alveari e si convince presto che questa attività non è per nulla secondaria, anzi è importantissima, scrive così al Presidente della società per l’apicoltura: “se avessi conosciuto prima questa attività mi ci sarei dedicato totalmente”. Cusenza fa notare che la passione per l’apicoltura deriva da una simmetria, tra l’organizzazione degli alveari e quella militare.
Riassumendo l’attività, anzi il sentimento agronomico di Garibaldi, Cusenza scrive: “Caprera è una fattoria modello. E proprio come (Garibaldi n.d.r.) avrebbe gioito per un armamento più completo e avanzato per le sue truppe di volontari, allo stesso modo saccheggia i manuali di agronomia per realizzare le coltivazioni più complesse o ottimizzare, evolvendole, le tecniche più tradizionali che zavorravano la Sardegna di allora”
Del resto nella biblioteca di Garibaldi, tra i vari libri, l’agricoltura la fa da padrona: si va dalle Lezioni per i contadini ai tomi sull’allevamento equino, dal manuale per fare il vino ai suggerimenti per la coltura ed estrazione dell’olio di arachide, allora ribattezzato «cecio di terra». Si passa dall’arboricoltura alle complicate guide per il bilanciere idrovoro o per la seminatrice meccanica.
Garibaldi è ambizioso. Scrive Cusenza: “La prova della sua ambizione sta nelle frequenti visite di specialisti che vengono a studiare, catalogare, classificare i lavori dell’azienda agricola. Più che sui seminativi, il giardino, le vigne, gli oliveti, gli apiari, la loro descrizione si sofferma su terrazzamenti, pozzi, canali, insomma opere di piccola ingegneria che riescono a far decollare la produzione agricola. Ma il fiore all’occhiello sono indubbiamente i due mulini che ancora oggi folgorano il visitatore distratto, avvertendolo che non a un semplice buen retiro si trova davanti, bensì a un gioiellino all’avanguardia in tempi insospettati”
E non dimentichiamoci che Garibaldi fonda la società per la protezione degli animali nel 1871, a Torino (Cusenza riporta un racconto che vede Garibaldi di notte alla ricerca di un agnellino perduto e la mattina dopo averlo trovato l’ha nutrito con una spugna imbevuta di latte) .
Quando parliamo di innovazione, è bene ricordare che non è un optional, ma chiunque abbia a cuore una questione vede anche i problemi e cerca, innovando, di trovare una soluzione. Siamo tutti, in una parte della nostra vita, eroi dell’innovazione.
Speriamo che i teorici del bel tempo che fu leggono il libro di Cusenza su Garibaldi agronomo.







