Passato gennaio (giusto un paio di settimane per riprenderci dopo le feste) è già tempo di provare a mettere insieme un po’ di dati inquietanti: purtroppo l’anno passato è già stato rubricato sotto la voce “l’anno più caldo mai registrato”.
Sia Copernicus (il programma di collaborazione scientifica dell’Unione Europea che si occupa di osservazione della Terra) sia le principali agenzie che effettuano le analisi del clima, quelle del Regno Unito e del Giappone, hanno confermato l’aumento di temperatura: 1,5 °C in più della temperatura media globale rispetto al periodo pre-industriale.
Tra i diversi set di dati c’è una lieve differenza, dovuta alle metodologie impiegate nel calcolo, ma, come dicevamo, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato: 1,5 °C era proprio il limite deciso dall’accordo di Parigi sul clima.
Già si parla di fallimento della cooperazione internazionale sul clima, e a questo aggiungiamo che la conferenza al COP29 tenutasi a novembre 2024, a Baku, in Azerbaigian, è stata segnata da controversie e contraddizioni. Mentre i negoziatori hanno raggiunto un accordo che prevede che i paesi più ricchi forniscano un minimo di 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per aiutare le nazioni più povere nella loro lotta contro il cambiamento climatico, diverse analisi hanno scoperto che questa cifra è ben al di sotto degli aiuti necessari a quei paesi che dovranno resistere a siccità e inondazioni, innalzamento dei mari e tutto il resto della litania del male climatico.
Sono dati che visti in proiezione sono preoccupanti, ecco quello che si chiama bagno di realtà: arrivare a Net zero entro il 2050 è un obiettivo impossibile – nonché fonte di frustrazione e recriminazioni. Ma del resto, la questione climatica è di difficile risoluzione perché la nostra vita è fondata ancora sulla miniera, sulla sabbia (difficile realizzare pannelli solari efficienti senza silicio puro), sul rame (le auto elettriche necessitano quasi del triplo del rame di quelle a benzina), sul litio (batterie e computer senza litio non vanno da nessuna parte).
E ovviamente ruolo primario spetta ancora ai fossili: sono naturali, nel senso che il know how è elementare, scavi e trovi (ancora) carbone e petrolio e gas. Sono economici e molto efficienti (provate e far volare un Boing con una batteria), in più i pilastri che reggono il mondo: acciaio, cemento, plastica, ammonica, ancora oggi necessitano, per essere prodotti, di fonti fossili.
Ricordiamo il gravoso problema: le fonti fossili producono gas clima alteranti – CO2 e i suoi derivati. Che ci crediate o no, contribuiscono ad alzare al temperatura, e difatti la velocità con la quale, rispetto ad altre epoche, è aumentata la temperatura non lascia dubbi: stiamo creando un effetto serra anomalo e pericoloso.
Ora, lo so, la comunicazione ha la sua importanza, quelli che non credono al cambiamento climatico di origine antropica sembrano più che negare l’aumento di temperatura reagire all’accusa che li vede come inquinatori cinici e brutali. Sembrano difendersi attaccando.
Quelli che fanno le comunicazioni, spesso, per far capire l’importanza del problema esagerano con l’arrivo dell’apocalisse, alcuni di loro usano metodi di lotta che innervosiscono i cittadini più che sensibilizzarli. Oppure confondono i dati per arrivare velocemente al risultano, accusando ora questo ora quello. Per esempio da qualche tempo è il turno degli allevamenti intensivi (il cui impatto cercheremo di analizzare nella sezione “Non tutti sanno che”). Gli accordi mancati e le difficili negoziazioni ci pongono di fronte a una domanda: ci stiamo ponendo obiettivi non realistici che sfiancano e causano frustrazione?
E’ una questione di strumenti. Ci sono ma non tutti sono stati testati. Parliamo al plurale, strumenti, varie fonti energetiche, non esiste uno strumento ma una grande cassetta degli attrezzi che dobbiamo conoscere senza pregiudizi, analizzare, verificare (costi e benefici) prenderci la responsabilità di provarli, quindi di finanziarli a seconda delle priorità e dei risultati in campo.
Oggi, parliamo di una fonte energetica poco studiata. Una disciplina molto complessa ma che potrebbe dare molte soddisfazioni: la geotermia. Gli esperti sono convinti che attingere solo allo 0,1% del calore immagazzinato nella Terra soddisferebbe il fabbisogno energetico globale per i prossimi due milioni di anni.
Vediamo allora lo stato dell’arte.







