Il gatto è la mia Angelica, ed io sono Orlando nella selva disordinata del mondo. Quando ero piccola i miei nonni di Arpino vivevano in una casa che era il mio castello di Atlante. Entrare in quella casa era come aprire le porte di un desiderio, potevo andare a trovarli solo di domenica e lì potevo mangiare di nascosto zollette di zucchero. Ma questa è un’altra storia. A casa dei miei nonni abitava un gatto. Non lo possedevano, era il loro coinquilino. Un enorme gatto rosso caduto in un secchio di ambra: occhi gialli, furbi, manto carota, striato di grano. Appena captava la mia presenza andava a godersi la sua atarassia indisturbata sotto la cristalliera. Inaccessibile. Vicinissimo, ma impalpabile. Era la mia Angelica: diventavo forsennata e smaniosa nel tentativo di stanarlo, di sfiorarlo. A fine giornata ero nervosa ed esaltata, con il vestito sgualcito e le ginocchia gelate, per il contatto prolungato con il marmo del pavimento, e le retine ancora impressionate dai puntini neri che friggevano sul fondo bianco delle piastrelle. Li avevo fissati per ore a breve distanza, sdraiata a terra e con le mani tese. Il gatto, senza nome e senza sesso, restava angelico ed immobile, insensibile al mio turbamento. I gatti sanno misurare al millimetro lo spazio del desiderio: se vogliono, si pongono ad una scientifica e perversa distanza che separa di pochi millimetri dal tocco. La distanza dannata dei desideri e dei sogni impossibili. Come Orlando, inseguo Angelica da una vita intera: amo i gatti in modo viscerale, in particolare il mio, Brenno, un Maine Coon di 12 chili. Si chiama come il capo dei Galli perché ha il manto bianco e fitto che gli disegna un elmo d’oro sulla testa. Amo di lui l’inafferrabilità, libera ed astuta: da donna, ora, la condivido e la sento intimamente mia.








