L’infanzia rappresenta per molti una fase spensierata della vita, che imprime nella mente e incide nel cuore sensazioni piacevoli. Ne è un esempio la cucina della nonna, i cui cibi amorevolmente preparati e poi calorosamente disposti nel piatto, rievocano momenti di autentica gioia, che nell’età adulta riaffiorano con nostalgia. Le nonne, rinomate per la loro maestria ai fornelli, soddisfano l’appetito di tutta la famiglia, con un riguardo maggiore al brontolio innocente dello stomaco dei nipotini. Prima di riporre mestolo e grembiule, anche mia nonna si cimentava nella cottura di piatti tradizionali, dai più semplici e banali ai più laboriosi ed impegnativi. In occasione della festività natalizia, la tavola era imbandita di pietanze sostanziose, da lei preparate in piena riservatezza. Un anno mi preannunciò che avrebbe realizzato il salame di cioccolato, nome a me del tutto nuovo, che mi indusse a pensare al salume insaccato, ricoperto da un sottile strato di cacao. Sebbene l’idea aberrante mi disgustasse, confidavo nelle sue doti e, curiosa, nel tardo pomeriggio la osservai. Il taglio ritmico dei numerosi biscotti, il dolce aroma del cioccolato sciolto, il battito della spatola contro la superficie della ciotola per il burro, il delicato fruscio dello zucchero versato, il frantumarsi dei gusci d’uovo ed il precipitare soave dello zucchero a velo, dal setaccio al composto, come neve leggiadra che danza e si dimena nella brezza, costituirono un’appagante sinfonia di cui mia nonna fu l’esecutrice.
Il suono croccante della carta da forno e quello elastico della pellicola furono invece gli strumenti conclusivi. Attesi di gustare il dolce, che imitava l’aspetto del salame, in preda a forti emozioni, suscitate dal clima festoso, dal tepore del camino, dall’attesa dei regali e dal calore familiare. La medesima sensazione riemerse quando, tagliatane una fetta, affondai con morsi sicuri i denti e un brivido m’invase, accompagnato da una scossa di soddisfazione.








