Obbediente il fegato obbediva. Salvato dalla mia ancestrale paura, non si lasciava ingoiare massiccio resisteva.
Per avere fegato mangiare fegato, cervello per un cervello! urlava al popolo minuto.
Muta la bambina sconvolta è qui. La tocco se solo allungo la mano.
Anche il tavolo le posate il vomito, anche i fratellini.
Paria le donne della casa: non fiatavano.
Una la via d’uscita: prudente si eclissava la nonna di nero vestita, una carezza degli occhi e chiudeva la porta, una alleata inossidabile.
Ero salva ma non lo sapevo.
Coperto da solidale silenzio era il vomito, unanime la condanna: sotto accusa fegato cervello, interiora lumache, trippa rane, cicoria e altro, tanto altro.
Allontanata dal desco la madre, tra urli e minacce; piangeva obbediva. Pena. È nato allora il mio senso di pena.
Assente la zia mia generosa: una tempesta anche lei, ma non poteva reggere il confronto. Si racconta però che un giorno scaraventò per le scale il venditore di cicorie; non ha bussato alla porta mai più.
Partecipe al rito la domestica: nel servire a tavola con mano abile raccoglieva poltiglie varie; qualche altro impasto precipitava sotto al tavolo. Grande il terrore che non cadesse proprio al centro: ceffoni minacce.
I due cugini a capo basso facevano incetta di pezzi provenienti da più d’un piatto. Estasiata io fissavo le loro mascelle accelerate.
Hanno resistito a lungo a quel desco: studenti alla Federico II, dividevano con noi segreti e frustrazione e sempre per la solita voce.
Gli analisti allora non avevano tanta voce in capitolo. E c’era ancora qualche fetta di cultura fascista.
Non è lieto il ricordo, non mi piace il fegato, non sempre approvo la disobbedienza.
Ma quest’estate, al Danieli, mi riconcilierò con il fegato alla veneziana.
Alla bambina di un tempo regalerò uno specchio di Murano. Giallo oro.








