Il libro La Speranza Verde di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara (uscito proprio questo mese per Bompiani) è molto bello. Di più: è interessante e commovente. Riesce a tenere insieme la botanica, la fisiologia vegetale e le cose umane, la dimensione scientifica e quella narrativa, piante e sentimenti. Cosa volere di più da un libro?
Il testo ruota attorno a questo concetto: due giovani ricercatori, appunto Brambilla e Fornara, sviluppano negli anni un profondo interesse per la fisiologia delle piante, studiano come crescono, come si sviluppano e si riproducono, e naturalmente analizzano il DNA.
Conoscere le piante significa anche e soprattutto fare ricerca. Difatti, Brambilla e Fornara si specializzano sul “fotoperiodismo” (nello specifico del riso). Parola difficile ma concetto semplice: alcune piante fioriscono contando le ore di luce.
La questione non è peregrina. Se una pianta non fiorisce al momento giusto, addio semi. Dunque, portando avanti un sillogismo: senza ricerca non fiorisce e, detto in breve, non si mangia, non si cresce.
Anche questo concetto non è scontato, soprattutto in Italia.
Comunque, a un certo punto, siamo all’inizio del libro, i due ricercatori, in ragione dei loro interessi, si chiedono come le piante organizzano la loro vita, e soprattutto come fanno a vivere stando ferme, aggrappate al terreno, giorno e notte, estate e inverno, in perfetta sintonia con un ambiente di cui possono capire tutto, prevedere tutto, sentendo molto più di ciò che sentiamo noi e riuscendo a comunicare con il mondo che le circonda.
Domande che si può fare un ricercatore, qualcuno che nutre interesse verso la fisiologia vegetale, magari sono passioni che non riguardano tutti, ma in uno scatto narrativo, così, d’emblée, i due ricercatori scrivono:
“La sclerosi laterale amiotrofica ha colpito Fabio a quarantatré anni, rendendo i suoi muscoli sempre più deboli e il suo corpo sempre più pesante, finché non è più riuscito a muovere nulla, a parte gli occhi. In questi anni ci siamo chiesti:
come può un essere umano vivere immobilizzato come una pianta, inchiodato a una sedia, con le braccia immobili, solo ascolto e pensiero? Non è facile. Fabio dice che l’esercizio da fare è ridurre la vita ai minimi termini, dedicare al corpo
solo lo stretto necessario e per il resto ascoltare e riflettere. Ma nonostante la malattia di Fabio abbiamo continuato a essere scienziati, a insegnare, abbiamo fondato una start-up e abbiamo continuato a batterci politicamente per il diritto
degli scienziati di fare scienza e per il diritto dei cittadini di giovare dei risultati della scienza, perché crediamo che queste siano le basi di una società sana e democratica”.
Queste righe spiegano il perché il libro è stato scritto. Nelle pagine successive si alterneranno pagine in cui si raccontano alcune piante, la loro storia, l’uso, i problemi che pongono e lo stato dell’arte della ricerca: cioè a che punto siamo e che strumenti abbiamo per risolvere dei problemi e migliorare le piante, e noi con esse, si sottintende. E altre pagine, brevi sprazzi, parentesi insomma momenti poetici durante i quali, grazie a delicate riflessioni, mai retoriche, quasi pudiche, si affrontano gli aspetti sentimentali (in senso lato) e problematici che la malattia di Fabio, purtroppo, pone alla coppia e alla loro famiglia.
“Con gli occhi di Fabio e un comunicatore oculare e con le mie mani sulla tastiera, abbiamo deciso di raccontare la nostra passione per la scienza, per le piante, per il rigore scientifico; la nostra storia. Perché, come le piante producono energia e ossigeno a partire dalla luce del sole, dall’aria e dall’acqua, anche una persona che non può più camminare, mangiare, respirare senza aiuto può essere un papà eccellente, fare scienza, scrivere un libro, sprigionando un’energia che illumina ogni giorno chi gli sta intorno”.
Aggiungerei solo che la ricerca, la curiosità, le passioni sono manifestazioni umane e non riguardano solo la letteratura o le arti, ma toccano molte attività. Il giorno in cui riusciremo ad essere interdisciplinari, ecco, quello sarà un buon giorno.
Di sicuro questo libro annuncia quel nuovo giorno, quando capiremo che migliorare una pianta significa conoscerla a fondo (e usando un metodo scientifico). Per conoscerle a fondo è d’obbligo essere curiosi, vitali e lasciare da parte le ideologie (quella anti scienza che da sempre si declina in vari modi, in Italia, questa ideologia ha fatto fuori due generazioni d ricercatori).
Ma annuncia anche il giorno in cui, grazie alla ricerca, in senso lato, alla curiosità, all’intelligenza e alla collaborazione tra menti, riusciremo a fornire soluzioni anche ai nostri corpi, da una parte così potenti, dall’altra così incredibilmente fragili.
Un giorno in cui una coppia che si ama riuscirà a vivere il loro amore appieno, portando a termine il percorso senza aggravi o senza subire quelle mortificazioni che mettono a rischio l’amore, e che ci spingono a pensare (con afflizione infinita) che niente sia più crudele al mondo di vivere la vita.
Un giorno, insomma, in cui capiremo che riuscire migliorare una pianta può aprire inaspettati e benefici miglioramenti anche per noi umani.
Domani, grazie alle piante, magari noi umani riusciremo come le piante a cogliere le sfumature della luce.
Quella luce che alle piante fornisce energia e a noi, si spera, un po’ di splendore, anche d’amore, certo.
Oggi la speranza è verde.







