Sono sicuro che il Burundi non figuri nelle nostre agende, ma conviene ogni tanto pensarci, sì, proprio al Burundi.
Il paese – stretto tra il Congo (a Ovest) e la Tanzania (a Est), mentre il Ruanda gli fa da cappello (lo chiude al Nord) – si trova nella regione dei grandi laghi (non ha sbocco sul mare ma sul lago Tanganica, il secondo più esteso al mondo).
Il fatto è che per gran parte della storia l’Africa è stata scarsamente popolata, ma il continente ora, grazie al miglioramento delle condizioni di vita (alimentazione più abbondante, campagne vaccinali e antibiotici), rispetto ai primi del Novecento, ha una popolazione dieci volte superiore.
Ebbene, per quanto riguarda il Burundi (un paese dove c’è molto spazio), 14 milioni di persone si stanno concentrando (qualcuno preferirebbe dire accalcando) lungo le sponde del lago Tanzaniga, che rischia di diventare (e sta diventando) uno dei luoghi più affollati del mondo.
Il Burundi non è un’eccezione: dal Kenya al Congo, una fascia di umanità si sta stabilendo sulle sponde dei Grandi Laghi africani, dove le piogge sono abbondanti e l’altitudine sufficiente a mitigare il caldo equatoriale.
Vero è che la maggior parte dei burundesi vive ancora sulle colline, dove grazie all’orografia ondulata, si possono coltivare banane, manioca e fagioli, eppure, i nuovi parametri di misura (come quelli dall’OCSE che considera urbano un luogo con più di 10.000 abitanti in edifici distanti non più di 200 metri l’uno dall’altro) ci dicono che il 78% dei burundesi vive già in città: entro il 2050, la maggior parte del loro paese sarà un unico agglomerato compatto.
Qui iniziano le contraddizioni: da una parte alcuni parametri sono migliorati, quindi anche in Burundi si vive più a lungo e anche lì cala la mortalità infantile, dall’altra non c’è ancora cibo a sufficienza, dunque parlando del Burundi sembra di evocare lo spirito di Malthus con la sua famosa affermazione: “il potere della popolazione è indefinitamente maggiore del potere della terra di produrre sussistenza”.
Nella sostanza, nel 2050 ci saranno 10 milioni di bocche in più da sfamare.
Allora la domanda è: ci sarà cibo a sufficienza? Visto lo stato dell’arte, come coltivarlo?
Veniamo allora allo stato dell’arte. In Burundi, il 78% degli agricoltori possiede meno di un moggio di terra di terra (intorno ai 3330 mq2). I campi non vengono più lasciati a maggese (che è un metodo per fertilizzare i terreni arcaico) ma sebbene i fertilizzanti siano sovvenzionati e il loro utilizzo sia in aumento, la distribuzione è gestita da un monopolista che spesso consegna in ritardo, quindi nella sostanza le rese non sono eccellenti.
Le fonti tradizionali di prestigio nella cultura burundese sono la terra, le mucche e i figli, ma il futuro sta arrivando ed è probabile che da qui a pochi anni, verranno meno sia la terra sia le mucche sia i figli.
Per quanto riguarda la terra, i cittadini del Burundi dichiarano relazioni tese tra fratelli, tra vicini, tra giovani e anziani, quindi le controversie sulla terra vengono portate in tribunale, creando ostilità nelle relazioni familiari.
Prendere in prestito un toro maschio per la riproduzione sta diventando una spesa notevole, e quindi, diventando difficile fare selezione genetica per migliorare la produzione, molti giovani burundesi stanno migrando per lavorare nelle fattorie della Tanzania, oppure nelle città dell’Africa orientale o come domestici nel Golfo.
Dall’altra parte più giovani mostrano interesse per la contraccezione, consapevoli di non poter crescere famiglie numerose in piccoli campi. Il governo vuole ridurre il numero di nascite, da circa cinque a tre per donna entro il 2040. Non è impossibile: il Ruanda, che culturalmente è molto simile, è già sceso a 3,7 e il Kenya a 3,2.
Ma ciò sarà possibile solo investendo nell’istruzione per permettere di andare a scuola e godere dell’assistenza sanitaria?
L’Occidente ha già compiuto con molti benefici e qualche danno, la transizione dall’economia agricola a quella industriale, chissà se la transizione in alcuni Paesi africani terrà a mente i nostri sbagli, e quindi in quegli Stati arriverà pane e più pace, e chissà se noi, la prossima volta che cantiamo bellezza dell’agricoltura del passato, ricorderemo paesi come il Burundi che, pur con mille difficoltà, stanno cercando di liberarsi dalle catene dell’agricoltura del passato.







