La storia dell’agricoltura è anche la storia del circolo infernale del maggese che, insieme ad altri vincoli, ne ha frenato l’innovazione e lo sviluppo. Tra i vincoli, gli storici inseriscono ad esempio, oltre la mancanza di rotazioni efficaci, i diritti di pascolamento e la fisiologica ignoranza: in fondo l’agronomia ha acquisito un corpo di più raffinate conoscenze solamente a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Il circolo infernale, di fatto, cominciò a spezzarsi prima del 1700. In molte località dell’Europa nord-occidentale, si prese l’abitudine di piantare sulla terra lasciata a maggese quelle colture che non solo non impoverivano il suolo, ma anzi lo rinnovavano, rilasciando preziose sostanze azotate. Vennero così utilizzate diverse piante, a seconda del tipo di suolo e di clima, come ad esempio piselli, vecce (una leguminosa), patate, lupinella e grano saraceno, ma le più efficaci erano vari tipi di radici (rapa, navone, barbabietola, ecc.) ed erbe da pascolo, soprattutto il trifoglio.
Queste ultime erano quelle che davano migliori risultati perché potevano essere immagazzinate e utilizzate come mangime per il bestiame durante i mesi invernali. In particolare, le radici e il fieno potevano essere impiegati per l’allevamento in stalla, attività che a sua volta permetteva di disporre più facilmente di letame, di sfruttarne al massimo i benefici e di ridurre il bisogno di ricorrere al maggese.
In altre parole, il circolo infernale non solo poteva essere interrotto, ma addirittura invertito, con le rotazioni. Sembra strano ma se è vero che in alcune regioni come le Fiandre, queste erano state messe a punto ed elaborate già nel Trecento (ma si tratta di un caso eccezionalmente precoce), e fu solo verso la fine del Seicento che si registrarono esempi di un significativo superamento del sistema a campi aperti.
Nel 1700, in Inghilterra il sistema quadriennale di “Norfolk” si era diffuso dal suo luogo di origine a vari altri paesi. Questa tecnica prevedeva la coltivazione di una pianta a se mina invernale, in genere grano, nel primo anno, di rape nel secondo, di una pianta a semina primaverile – ad esempio orzo – nel terzo, sono alla quale si seminava trifoglio e loglierella, che il quarto anno veniva no lasciati brucare dagli animali o tagliati.
Per mantenere elevati i livelli di sostanze azotate e conseguentemente la produttività, si doveva realizzare un equilibrio ottimale fra la produzione di cereali e il mantenimento di bestiame, secondo un modello alternato di agricoltura convertibile.
Sia come sia le transizione e le innovazioni sono molto lente. Se è vero che le rotazioni che hanno cominciata spezzare il ciclo infernale del maggese sono partire nel 1700, in Inghilterra non si può dire che tali innovazioni si siano precocemente diffuse.
Quando in Francia nel 1840 venne effettuato il primo censimento agricolo attendibile, si vide che il 27% del terreno era tenuto ancora a maggese, mentre solo il 6% era coltivato a pascolo artificiale.
Nella sostanza questo vuol dire che mio nonno nato nel 1899 (classe maledetta), ha fatto in tempo sia a vedere due orribili guerra sia a sperimentare, nel Sud Italia, ancora il circolo infernale del maggese che impediva ai contadini di trovare quell’ozio creativo descritto da Masud Khan.
Dimensione che diciamo la verità, solo un particolare benessere ci ha permesso di scoprire.
Informazioni tratte dal bellissimo ed esaustivo libro l’Età della Gloria, di Tim Blanning (Laterza)







