Quando sono nato, nel 1966, lo scrittore di fantascienza C. Clarke scrisse sulla rivista statunitense Vogue: “Nel 2001, un intero mese di pasti per una famiglia potrà essere consegnato, in forma surgelata o disidratata, in un pacco del peso di circa 50 chili. L’unità sarà collocata in una specie di ‘cuoco meccanico’. Verrà selezionato il pasto desiderato, e il computer incorporato farà tutto il resto. La carne probabilmente non proverrà da un bue, perché quella naturale è antieconomica, e potrebbe essere perfino proibita nel ventunesimo secolo. I nostri nipoti mangeranno erba, e non sapranno nemmeno di farlo. Alla fine, solo il cibo puramente sintetico potrà nutrire i miliardi di abitanti del pianeta”
A quella di Clarke andrebbero aggiunte altre decine di proposte alimentari alternative, dalle alghe, alle bioproteine ricavate dai microorganismi coltivati nel petrolio. Tuttavia nel 2001 – ricordo- mi sono concesso un pranzo gourmet, dove il massimo della sperimentazione era la decostruzione di alcuni piatti tradizionali.
Vero che il futuro non è facilmente prevedibile, incredibile a dirsi ma nessuno degli artisti visionari ha previsto il cellulare. Però alcune idee allora davvero fantascientifiche stanno diventando più concrete, come la carne coltivata.
Recupero (grazie a uno studio del liceo Torricelli) un vecchio libro di Enzo Biagi, L’uomo che non voleva morire (1971), dove Biagi invitato a un pranzo del futuro scriveva: “A un congresso di tecnici, il chimico Arthur Karlez di Chicago ha presentato della carne sintetica, ricavata da piante crittogame, che contiene più calcio e vitamine di quella tradizionale, è meno grassa, e ha un sapore che ricorda vagamente quello dei funghi. Costa solo venticinque lire il chilogrammo, ed è in via di perfezionamento”.
Passi per la carne coltivate e l’uso di alcune alghe, ma il futuro non dipende esclusivamente da noi, ma da molte variabili non tutte prevedibili, quindi conoscibili, e quindi dubito fortemente che mangeremo alghe a tutto spiano o bioproteine.
Però qualche alimento nuovo molto probabilmente si aggiungerà a quelli tradizionali. Questione di geopolitica prima di tutto, nonché di demografia. Da qui a qualche decennio il mondo sarà più Africano (il Continente ospiterà 2 miliardi di persone) e molto Asiatico (5 miliardi di persone), mentre il vecchio mondo ospiterà a stento un miliardo e mezzo di persone: quindi cambieranno i flussi migratori e anche la composizione dei cibi, probabile che considereremo tradizionali dei cibi che oggi nemmeno sappiamo identificare.
A queste nuove dinamiche andranno aggiunte quelle demografiche. La popolazione mondiale sta invecchiando, e con l’invecchiamento e la vita media che si allunga cambierà anche l’alimentazione.
Se il cibo cambierà, anche la fabbrica, cioè l’agricoltura, subirà una trasformazione. Del resto ci sono già tanti nuovi strumenti che permettono di produrre con meno costi e meno inquinamento, cosa buona e giusta nonché un imperativo categorico, vista la situazione.
Ora, vero che non mangeremo alghe e bioproteine a tutto spiano, ma nemmeno il cibo della nonna sarà per sempre. Le nonne moriranno e verranno sostituite da altre, con diversi riferimenti culturali.
Ora, lo so che non è bello da dirsi, ma lasciamoci con una domanda e che non sembri così inquietanti, le nonne del futuro potranno insegnare ai nipoti del futuro a preparare ottimi piatti tradizionali a base di insetti?
Parliamone: dobbiamo prepararci.







