Siccome non ci sono dubbi sul fatto che il cambiamento climatico sia reale, e visto che la situazione è seria – per vari motivi, di difficile risoluzione – forse è bene considerare come parte del problema anche alcuni inquinanti culturali, come l’onnipresente catastrofismo: strumento di persuasione usato a man bassa in molti settori, nonché dagli attivisti del movimento “Ultima Generazione”.
Il catastrofismo non fa bene alla causa. Indubbiamente è una tecnica di comunicazione che funziona nel breve periodo. Eppure, più che a chiarire i vari aspetti di un problema e fornire soluzioni adeguate, questo tipo di comunicazione aiuta oggi a posizionare e accreditare gli attivisti come politici o influencer di domani.
Poi, non è detto che alla lunga (dal catastrofismo) si ottengano gli effetti desiderati. Insistendo sul mantra: il mondo finirà domani, è già troppo tardi, è già troppo caldo, brucia tutto, abbiamo solo 5 anni, tre, no due, facendo partire ogni giorno il countdown, non è detto, dunque, che si avviino una serie di efficaci politiche globali per limitare le fonti inquinanti – oltre quelle già in atto e che qualche buon risultato stanno portando.
Prima di tutto perché il catastrofismo, altrimenti detto retorica dell’apocalisse, non predispone certo all’azione, al contrario rischia di paralizzare la medesima azione.
Controintuitivo certo, ma se il mondo finisce domani non è detto che faccio qualcosa di utile oggi. Magari me ne vado alla festa che voglio morire ubriaco e sfatto o mi ritiro in famiglia, chiudo la porta e chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.
Il rischio catastrofismo è poi il vecchio al lupo al lupo. Insomma, se il mondo doveva finire domani, ma domani invece è una bella giornata, finisce che mi sento di aver scampato un pericolo e non ci penso più alla crisi climatica. Non ci voglio più pensare: come faccio infatti a vivere con questo stress addosso?
Poi il catastrofismo spinge verso interventi radicali, purificatori, una sorta di Spirito Santo che ci pulisce dai nostri peccati. Ipotesi suggestiva, ma che ignora i dati di realtà, nonché la materia del mondo, quindi alla fine di tutto si parla ma non della realtà del mondo. Ignorando la materia si ignorano anche soluzioni specifiche e realistiche.
Difatti, gridando non c’è tempo, mandando al patibolo questo o quel combustibile fossile e i suoi sgherri, insomma, sull’onda del catastrofismo, gli attivisti si presentano più come grandi inquisitori che come tecnici in grado di maneggiare strumenti utili alla risoluzione del problema e avviare dunque la transizione energetica: passa in secondo piano la ricerca.
È chiaro che per abbassare il quantitativo di CO2 in eccesso, ci vogliono innovazioni in vari campi, zootecnia, genetica vegetale, ingegneria ambientale, chimica, scienza dei materiali ecc. Non solo: l’approccio geopolitico e la consapevolezza dell’impatto della demografia sono di fondamentale importanza per considerare gli attori in campo e come questi possono muoversi, nel bene o nel male, per risolvere o aggravare i problemi.
Oggi, per esempio, a proposito di realtà, e nella speranza che “Ultima Generazione” ci aiuti anche a conoscere meglio gli strumenti che possono rendere il mondo meno inquinato e meno problematico, raccontiamo anche come e perché è ancora difficile sottrarre CO2 dall’atmosfera.







