I dati: Prima della Rivoluzione Industriale, l’anidride carbonica costituiva 280 o meno parti per milione dell’atmosfera del nostro pianeta. Ora 430 parti per milioni. Una quantità considerata da tutti gli esperti pericolosamente alta. Bisogna abbassare le emissioni.
Ma c’è un ma: anche se tutti i paesi riducessero le emissioni a un ritmo vertiginoso, continuerebbero a immettere carbonio nell’atmosfera per decenni. Ci sono infatti settori dove la riduzione delle emissioni è piuttosto difficile: l’aviazione, l’agricoltura, le industrie dell’acciaio, cemento, plastica.
La transizione dunque sarà lenta. A mo di esempio, si può considerare che l’industria petrolifera estrae circa 4 miliardi di tonnellate di fluidi dal sottosuolo ogni anno, e ci sono voluti 150 anni per costruire quell’industria: ora abbiamo solo 20-30 anni per compiere questa transizione.
Il rapporto 2024 sullo stato della rimozione dell’anidride carbonica, condotto dall’Università di Oxford, prevede che entro il 2050 dovremo rimuovere annualmente, e in modo permanente, circa 7-9 miliardi di tonnellate di CO2 per evitare un serie di problemi. Considerata la lentezza con cui si sono ridotte le emissioni fino ad oggi, questa cifra è probabilmente una stima al ribasso.
Dunque, dobbiamo togliere una parte di CO2 dall’atmosfera per impedire alla Terra di riscaldarsi. Non a caso, nel suo più recente rapporto di valutazione , il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici ha osservato che “tutti gli studi disponibili richiedono almeno un qualche tipo di rimozione dell’anidride carbonica per raggiungere lo zero netto”.
La buona notizia è che circa 2 miliardi di tonnellate vengono già rimosse ogni anno, in gran parte grazie a metodi “convenzionali” come il ripristino forestale attivo, la riumidificazione delle torbiere e la ricostruzione delle zone umide costiere. Questi metodi convenzionali contribuiscono a rimuovere dal cielo ogni anno una quantità di CO2 pari a quella di 20.000 portaerei a pieno carico.
La cattiva notizia è che la disponibilità di terreni limita l’efficacia di questo metodo. Viste le esigenze concorrenti dell’agricoltura e dell’edilizia abitativa, c’è solo una certa quantità di terreno disponibile per il ripristino paesaggistico con finalità di mitigazione del carbonio.
Un soluzione potrebbe essere il DAC (Direct Air Capture), si tratta di una tecnologia cattura carbonio (un processo ingegneristico proposto per la prima volta nel 1999 dall’ingegnere Klaus Lackner) che rimuove l’anidride carbonica (CO₂) direttamente dall’aria atmosferica mediante filtri speciali e processi chimici.
La CO₂ catturata può essere stoccata geologicamente o riutilizzata per produrre materiali da costruzione, fertilizzanti, metano sintetico o altri scopi industriali.
Ma c’è anche qui un ma: la tecnologia ha polarizzato la comunità ambientalista fin dall’inizio. Il World Resources Institute definisce il DAC “una parte importante di un portafoglio di soluzioni per il clima”. In effetti, nonostante il suo potenziale, il DAC presenta costi elevati, un elevato fabbisogno energetico e difficoltà di scalabilità, rendendola una soluzione ancora in fase di sviluppo.
Ancora Lili Fuhr, direttrice del Fossil Economy Program presso il Center for International Environmental Law, sostiene che il DAC sia “una pericolosa distrazione” e una foglia di fico per una maggiore produzione di combustibili fossili.
Paul Rauber, ex direttore di lunga data della rivista del Sierra Club, lo ha liquidato come una ” tecnologia di nicchia “, aggiungendo: “È troppo tardi per le illusioni”. E Zoë Schlanger sull’ Atlantic etichetta sprezzantemente il DAC come l’ultima “illusione climatica” degli Stati Uniti.
Un altro aspetto negativo per la diffusione del DAC è che alcuni dei principali attori del settore sono aziende di combustibili fossili. Occidental Petroleum ha acquistato la società canadese Carbon Engineering nel 2023 per 1,1 miliardi di dollari. La controllata di Occidental, OnePointFive, sta attualmente ultimando quello che sarà il più grande impianto DAC del mondo, denominato Stratos, nel bacino del Permiano in Texas: non a caso, il bacino è la fonte di quasi il 50% del petrolio greggio statunitense.
Sempre Lili Fuhr sottolinea che le compagnie petrolifere e del gas catturano già grandi quantità di carbonio dalle ciminiere, per poi pomparlo nuovamente nei pozzi ormai obsoleti. Il gas pressurizzato si insinua attraverso le fessure della roccia e agisce come solvente, espellendo altri idrocarburi. Il processo, noto come Enhanced Oil Recovery (EOR), è un uso discutibile della CO2 catturata, se si è sinceramente interessati a contribuire alla salvaguardia del clima.
È necessario costruire un sistema DAC dove il carbonio catturato sia reale e non un trucco contabile: oltre a essere credibile, il cittadino ha bisogno di essere rassicurato sul fatto che il carbonio, una volta conteggiato accuratamente, venga immagazzinato in un luogo in cui non possa arrecare danno. Lo stoccaggio deve essere permanente e duraturo.
Una soluzione è quella di iniettare la CO₂ catturata nel calcestruzzo. Il calcestruzzo miscelato dagli antichi romani è ancora presente nel Colosseo e nel Pantheon. Un parametro comune per la permanenza è la capacità del carbonio di essere sequestrato per più di 1.000 anni. Il Colosseo soddisfa questo requisito.
L’azienda canadese CarbonCure ha sviluppato un processo per l’aggiunta di carbonio catturato nel calcestruzzo. Spruzzano CO2 sotto pressione nella malta cementizia nell’impianto di betonaggio, dove si mineralizza istantaneamente in carbonato di calcio. Il carbonato di calcio aumenta la resistenza alla compressione del calcestruzzo e consente di ridurre la quantità di cemento necessaria per legare la miscela. Poiché la produzione di cemento è responsabile del 4% delle emissioni globali, il processo potenzialmente ottiene due vantaggi in termini di carbonio: meno cemento e CO₂ catturata che viene trasformata in carbonato.
Ci sono infine altre soluzioni che potrete analizzare leggendo il saggio su Noema (qui sotto trovate il link), ma non c’è dubbio che sia necessario che il sistema DAC diventi una tecnologia controllata dalle comunità, altrimenti si rischia di cadere nel tranello contabile, un vero trucco grazie al quale quello che stocchi da una parte lo rimetti in circolo dall’altra.
Gli accordi di comunità prevedono invece che prima di iniziare i lavori di qualsiasi nuovo impianto si stabilisca un accordo dove popolazione locale e industria decidono in maniera trasparente come l’una possa aiutare l’altra, industria possa servirle al meglio.







