Com’erano: gli agrofarmaci di 30/40 anni fa avevano un certo profilo tossicologico,
erano molecole che avevano un ampio spettro d’azione e quindi una maggiore 6:20
pericolosità. Nel corso degli anni c’è stata una grandissima evoluzione.
Data di inizio dell’evoluzione: dal libro, Primavera silenziosa di Rachel Carson, anni ’60. Da allora è stato un progressivo e continuo miglioramento che ha portato un grande cambiamento. Quindi, per fortuna, gli agrofarmaci non sono più quelli di una volta.
Gli agrofarmaci sono come i farmaci per la salute umana. Portare sul mercato un farmaco usato per la nostra salute umana richiede un processo di autorizzazione molto severo e lungo nel tempo, che viene condotto in Italia dal Ministero della Salute e a livello europeo da enti preposti. E così è per gli agrofarmaci.
Come avviene la valutazione. I dossier che portano alla registrazione di una nuova molecola richiedono una valutazione (europea) particolarmente severa, perché i parametri che sono stati fissati per poter appunto autorizzare un prodotto, un agrofarmaco, devono rispettare determinate regole. Si fanno studi sui residui negli alimenti, studi di efficacia, studi di tossicologia sia acuta che di lungo termine, e si fanno studi di ecotossicologia, quindi quello che succede sull’ambiente, nonché il destino ambientale, cioè che succede a un agrofarmaco quando, per esempio, viene a contatto con il terreno, come si metabolizza, eccetera. Quindi c’è un’ampia gamma di studi che vengono valutati dall’autorità e questi studi sono estremamente onerosi e richiedono molto tempo.
Quanto tempo? Diciamo che l’industria oggi impiega mediamente una decina d’anni a portare una nuova molecola sul mercato.
E quanto costa? Siamo sopra i 200 milioni di dollari, poi dipende dalle molecole, però grosso modo questo è l’investimento. E’ molto importante investire soldi in questo modo e in questa direzione.
Qual è la direzione Europea? L’Europa si è dimostrata molto più severa rispetto ad altri paesi, ha fissato dei parametri particolarmente conservativi, per esempio, sui residui nelle acque.
Ma come si determinano i parametri? Quando si determinano i parametri per verificare qual è la tossicità di una sostanza, di un agrofarmaco, si misura qual è la dose giornaliera accettabile, ovvero si fanno test e si verifica assumendo che una persona si alimenti con un determinato quantitativo di cibo. Dato ricavato dalla dieta media che ci si aspetta in un certo areale, per esempio l’Italia, e su quella base si definisce qual è la dose massima che l’organismo può assumere senza che ci sia alcun effetto. Una volta determinato questo, l’autorità Europea demoltiplica questo valore per 100.
Quindi 100 volte inferiori. In questa maniera, anche quando noi troviamo residui al di sotto del limite ammesso su un alimento, significa che di fatto questi non sono dannosi per la salute dell’uomo, perché, appunto, i calcoli vengono fatti assumendo che una persona tutti i giorni assuma quel quantitativo e che abbia sempre il massimo dose messa di residuo.
Purtroppo è più facile che questo concetto venga capito da chi è esperto, da chi lavora nel nostro settore, ma è molto più difficile portarlo a conoscenza del consumatore che invece è più esposto ad azioni di marketing della grande distribuzione, che dice, per esempio “Noi riduciamo i residui della metà e quindi il nostro prodotto è più sano.”
Non è vero, semplicemente perché il prodotto non è più sano, perché non cambia nulla rispetto a quello che sancisce il Ministero della Salute e quindi, se il residuo massimo ammesso è una parte per milione, è inutile abbassarlo di uno 0.5 perché a una parte per milione sicuramente non è dannoso per la salute umana.
Inoltre, il Ministero della Salute ogni anno esegue circa una decina di migliaia di analisi sui residui del dei prodotti freschi e conservati. Ebbene, il risultato (consolidato da diversi anni) dice che meno dell’1% dei campioni ha un residuo superiore a quello massimo ammesso. Peraltro ci sono alcune colture che hanno zero residui in assoluto (le colture con più residui normalmente sono orticole e la
frutta perché ricevono una quantità maggiore di applicazioni perché sono più soggette più soggette a patogeni).
Se vuol dire 1%? Vuol dire che se noi mangiamo le pere, è possibile che una su 100 possa avere un residuo superiore. Ma non è rischio, proprio perché c’è questo fattore importante di demoltiplicazione.
Infine due cose. La prima: Il nostro cibo è da molti anni sicuro perché i residui lo
confermano.
La seconda: nel momento in cui noi diciamo che solo l’1% è fuori norma, significa anche che i nostri agricoltori sono virtuosi, cioè applicano i prodotti nella maniera corretta, quindi fanno le applicazioni nella maniera corretta, tant’è che i residui sono quasi sempre la stragrande maggioranza dei casi al di sotto dei limiti ammessi. I dati del Ministero della Salute sono anche replicati da istituti privati che ricevono e mandato dalla grande distribuzione, dall’industria alimentare per fare lo stesso tipo di analisi. Queste analisi (questi istituti privati svolgono anche più di 10.000 analisi all’anno) confermano i dati.
Tratto da una conversazione con Massimo Scaglia, festival Coltivato 2025







