In un ristorante romano al Pigneto, quartiere dove ho abitato nel 1989, a quel tempo considerato povero e ora invece etichettato sotto la voce cool, insomma in questo ristorante ho visto un decalogo affisso al muro, incorniciato come se fosse una tavola della legge.
I suoi dieci punti esprimevano – come mi ha detto la proprietaria – la filosofia del locale. Però a ben vedere questi punti esprimevano anche un’idea di agricoltura. Me ne sono segnati tre, credo rappresentativi, eccoli:
Primo punto: “I grani delle nostre paste sono antichi come Roma”. Il concetto di antichità, come ripetiamo spesso fino allo sfinimento, è un pilastro fondativo di un’errata idea di agricoltura. Considerando che Roma, secondo la nota convenzione, è stata fondata nel 753 a.C. e che l’Impero romano è caduto nel 476 d.C., capite bene che l’antichità di Roma fa fuori la quasi totalità della famiglia dei grani, a stento resterebbe il farro. Ma poi pensate se andando nello studio di un dentista o in una sala operatoria e trovaste scritto “i nostri strumenti per operarvi sono antichi come Roma”, pensate alla corsa che vi fareste per scappare da quello studio medico, al grido di modernità laser, anestesia, antibiotici. In agricoltura no: in agricoltura l’antico è cool.
Secondo punto: “Verdure a Km0 dalle campagne di Minturno o Montelibretti”. Insomma, proprio a Km0 no, un conto è avere l’orto dietro al ristorante – cosa che quando abitavo al Pigneto potevo trovare, voglio dire, nella coorte condominiale un condòmino allevava le galline – una cosa è prendere la verdura a Montelibretti o Minturno. Il primo è un comune di Roma, dal Pigneto fino a Montelibretti sono 60 km, tra l’altro da percorrere sulla Salaria, strada abbastanza trafficata. Per non parlare di Minturno che è a 160 km dal Pigneto. Anche qui, tocca passare per la Pontina, una di quelle strade così trafficate che una volta, bloccato dal traffico, decisi di vendermi la macchina. Dovendo andarci ogni giorno a prendere le verdure, niente di più facile che qualcuno faccia il giro con un camion, carichi la merce e scarichi il tutto ai mercati generali, sulla Tiburtina. I supermercati romani si servono difatti ai mercati generali, ma capite che una cosa è dire: io compro la verdura al supermercato, una cosa è affermare io compro solo a Km0, nelle campagne di Montelibretti o Minturno. Con la seconda vai in hype più facilmente.
Terzo punto: “I nostri liquori sostengono la difesa dell’orso Marsicano”. Qui non ho indagato, anche perché l’orso Marsicano mi è tanto simpatico, quindi l’amaro me lo sono pure bevuto. Però gli animali selvatici in Italia stanno bene, pensate solo ai lupi che hanno raggiunto quota 3000 esemplari. Ormai dovunque ti giri vedi un lupo. Ma poi una dichiarazione siffatta attiva il senso di colpa. Mangi e bevi non perché il cibo è buono ed è un piacere, ma perché serve a qualcosa altro, a farti sentire dalla parte giusta del mondo. Una specie di obolo, come quando vai in chiesa. Mi sono ricordato di quando mi dicevano: mangia altrimenti Gesù piange, ma su chi paga il cibo rimando la riflessione a Massimo Troisi nella sezione Miglior articolo della settimana qui sotto.
Punti come questi distraggono un po’ tutti dall’affrontare la complessa questione agricola. Il cibo è infatti una ragnatela. Noi ignoriamo dove nascono i fili e come si intrecciano fra di loro.
Per chiarire alcuni punti della ragnatela oggi parliamo del libro Pensa come mangi, Una filosofia globale del cibo, di Julian Baggini, uscito per la collana Arcipelago del Touring Club Italiano (che sta pubblicando libri innovativi e interessanti).







