Un giorno sì e un giorno no, ascolto e leggo sui media dichiarazioni siffatte: il pianeta (la nostra Terra) è stata violentata dall’uomo. Seguono varie declinazioni della violenza, più o meno dolorose, più o meno irreversibili. Si va dall’inquinamento (ci si concentra sull’agricoltura intensiva) al cambiamento climatico con il suo conto alla rovescia (non c’è più tempo), alla plastica nei mari (un oceano di plastica).
Spesso, poi, dopo le dichiarazioni ci si lancia a immaginare soluzioni utili a salvare il pianeta. In genere si sostengono ipotesi di decrescita (senza mai indicare di quanto dobbiamo decrescere e come) oppure si racconta la vita di alcuni di noi che hanno scelto di fuggire dal mondo e di rifugiarsi altrove. Una volta nei boschi, una volta in alta montagna, una volta in borghi spopolati.
E qui liberi da tutti gli orpelli della tecnologia, devoti a un’esistenza più autentica, si sentono finalmente felici (scelte molto suggestive che però non andrebbero pubblicizzate più di tanto, perché nei boschi già quando vai a funghi è facile andare incontro al fenomeno sovraffollamento turistico, pensate se dovesse diventare una scelta di vita per tutti noi).
Dichiarazioni siffatte hanno molto potere su di me e generano un forte senso di sconforto e spesso rabbia, tanto è vero che nei miei sogni mi trasformo in una specie di vendicatore, disposto a tutto per riconquistare la purezza perduta.
La purezza appunto, come un grande motivatore. Quando mi riprendo da questo stato confusionale mi chiedo: ma non è che a forza di parlare di violenza sulla Terra finiamo solo per violentare (in senso figurato) il nostro prossimo, o meglio, non è che a forza di ascoltare dichiarazioni così dure, apocalittiche poi sentiamo un fortissimo desiderio di purezza? Purezza che diventa la nostra linea guida, ed esigiamo l’intervento del boia per punire i peccatori? Cioè, quant’è che questa nobile pratica, cioè la cura del proprio habitat, si trasforma in odio verso gli uomini e le attività che gli uomini compiono per vivere? Esiste un discrimine culturale superato il quale diventiamo figliastri di Joseph Marie de Maistre?
Forse è sbagliato l’approccio. E’ sbagliato pensare che o siamo partiti da una condizione di benessere e armonia con la natura e appunto facendo violenza ci siamo corrotti, o all’apposto che siamo partiti da una condizione di violenza tribale che poi nei secoli abbiamo fronteggiato e corretto.
Probabilmente sono sbagliati i due approcci, la nostra storia altro non è che un incessante, inquieto e poco consapevole continuum: problema, soluzione e nuovo problema, nuova soluzione, nuovo problema. Una successione di scenari che prima appaiono luminosi poi via via diventano più angusti tanto da richiedere soluzioni, cambi di passo, dunque creazione di nuovi scenari dapprima luminosi e poi, di nuovo, via via, sempre più angusti: la nostra vita è una giostra ora piena di luci, ora colpita da black out: non ce ne rendiamo conto perché l’ansia di vivere il qui e ora, pochi di noi hanno una buona memoria, pochissimi hanno lungimiranza.
Probabilmente continuerà così, fino alla fine dei giorni, forse possiamo anche ogni tanto desiderare la felicità, ma è utilissimo ricordarci che per raggiungere la felicità (che significa anche benessere economico, buone condizioni di salute, servizi sociali, buon cibo, ecc.) è necessario una buona dose di inquietudine. Quest’ultima è condizione fondamentale per sentire che il presente non ci soddisfa e immaginare soluzioni che ci portano via dalle ristrettezze.
Per auguravi Buon Natale (moderatamente inquieto) vi riproponiamo alcuni ragionamenti e alcune soluzioni trovate in questi ultimi tempi, magari utili a ricevere una dose maggiore di felicità nel 2025.







