Grano duro e pasta: L’industria molitoria italiana consuma annualmente circa 5,3 milioni di tonnellate di granella di frumento duro per la produzione di semole che al 95% vengono utilizzate per la produzione di pasta. A fronte di una produzione italiana di 3,7 milioni di tonnellate di grano duro, è facile intuire che le importazioni di frumento duro da sempre sono state necessarie per la nostra industria per la produzione di pasta. L’Italia da questo punto di vista non è mai stato un Paese autosufficiente. E’ importante, tuttavia, specificare che delle 3,67 milioni di tonnellate di pasta prodotte in Italia solo il 40% è destinato al consumo interno, mentre tutta la restante parte è destinata ai mercati esteri, dove rappresenta un’eccellenza della nostra produzione agroalimentare. Dunque, le importazioni di grano duro sono sì necessarie per soddisfare il fabbisogno dell’industria, ma tuttavia, queste ultime andrebbero gestite dal punto di vista dei flussi d’arrivo in modo da non turbare in maniera significativa l’andamento dei prezzi nel mercato nazionale, come è avvenuto ad esempio in questo ultimo anno con numerose importazioni ravvicinate da Paesi come Russia e Turchia. Bisognerebbe lavorare per rendere più solida la filiera produttiva italiana che deve avere l’obiettivo di ottenere produzioni di buona qualità e quantitativamente ai livelli medi precedenti al 2021. Solo attraverso meccanismi di filiera. Nella filiera, come in ogni sport i partecipanti sono a conoscenza, prima dell’inizio della competizione, di quali sono l’insieme di regole da rispettare al fine di concorrere lealmente con l’obiettivo di ottenere la vittoria e di conseguenza una ricompensa. Costruire filiere integrate e coese significa innanzitutto stabilire anticipatamente (e spesso per un periodo di tempo superiore ad un anno) per tutti i soggetti coinvolti nelle diverse fasi quali sono le regole, le condizioni e le modalità di definizione del prezzo
(Grazie a Edoardo Musarò, vicedirettore COMPAG)
Biotecnologie (difficoltà kafkiane): Le piante ottenute con l’editing genomico, cioè mutate con precisione tale che la mutazione non è rilevabile, sono una delle innovazioni più promettenti. E’ possibile per esempio, creare viti resistenti alla peronospora, risparmiando così, una buona dose di fungicidi che o sono biologici o sono convenzionali sempre a basa di solfuro di rame sono. L’innovazione è tale che la Legge non la contempla ancora: queste piante, per il Regolamento europeo 2001/18 sono OGM perché sono ottenute agendo sul DNA, anche se con un metodo che nel 2001 non era neanche nei pensieri dei legislatori e quindi non sono coltivabili per la commercializzazione nel suolo italico. Cosa fare quindi con queste piante e come trasferire il trovato in applicazione concreta? come organizzare un business plan e un business model, per un’azienda che tenta per prima e concretamente la strada di un miglioramento genetico di avanguardia?
Bella domanda per un paese dell’Unione Europea. Utilizzando la finestra temporale data dal decreto siccità, è possibile provare a piantare un campo sperimentale così da testare le viti modificate. Ecco i passaggi finora effettuati. Un mese per redigere un documento non facile, di cui le specifiche genetiche rappresentano una minima porzione. Scritto e inviato al MASE, che risponde quasi immediatamente chiedendo agli scriventi se il Dipartimento dove hanno realizzato la ricerca ha tutte le autorizzazioni per lavorare con OGM in ambiente confinato. Già: come hai fatto ad ottenere un prototipo OGM se per caso non hai le autorizzazioni di laboratorio o serra? E quindi, provvedi a inviare questa corposa documentazione, fortunatamente il Dipartimento di Biotecnologie ha tutte le carte in regola ed aggiornate. E quindi adesso si può entrare nel merito della notifica, senza però riuscire a capire molto bene quale potesse essere il rischio ambientale causabile da una pianta con un’unica mutazione mirata in un unico gene e che richiederà meno fitofarmaci. Comunque, i colleghi dell’ISPRA, ente vigilato dal MASE con compito di valutazione della notifica negli aspetti ambientali, hanno capito i nostri limiti e ci hanno finalmente guidati sani e salvi in porto. Dopo tre mesi è finalmente arrivata l’autorizzazione all’emissione deliberata delle piante nell’ambiente, ovviamente con una serie di cautele, le stesse che si applicherebbero anche al più inimmaginabile dei transgenici. Il terreno dove realizzare l’autorizzazione è dell’Università, quindi si passa per una delibera del Dipartimento, ma i colleghi accademici non hanno creato ostacoli. E allora si prepara il campo sperimentale, 250 metri quadri dove alloggiare 10 piante, 5 editate e 5 di controllo: metti une rete sottile interrata per evitare le arvicole, in caso venissero a prendersi DNA mutato (1 base su 450 milioni) e lo portassero in giro; sulla rete sottile si innesta un’altra rete di circa 2 metri, per evitare qualsiasi intrusione, e poi prepara il filare per l’impianto delle viti, lasciando 3 metri di terreno nudo ai due lati, in caso le viti che non muoiono di malattia diventassero invasive (!), come se quando si fanno i trattamenti antiparassitari le viti sane fossero invasive. Va bene. Ma devi anche mettere una telecamera per studiare la fenologia delle piante e fare da deterrente ai male intenzionati. Quindi contatta il garante della privacy dell’Università e metti i relativi cartelli. Quando tutto è pronto, pensi ce l’abbiamo fatta. No, manca ancora il permesso all’impianto delle piante di viti da parte della Regione Veneto, perché in Europa le viti sono tutte numerate e contingentate. E ce l’hai il fascicolo aziendale e il registro viticolo? Questa è la storia del successo scientifico di EdiVite, ditemi voi se l’innovazione genetica potrà mai farsi strada in questo modo. A proposito, le piante di vite sono Chardonnay, magari riusciremo tra tre anni a brindare con del buon vino ottenuto da viti editate!
(Grazie a Mario Pezzotti, Dipartimento di Biotecnologie, Università di Verona)
Allevamenti intensivi il libro Animal Machines di Ruth Harrison (1964) ha rappresentato una svolta nella percezione pubblica del benessere animale, evidenziando per la prima volta le condizioni critiche degli animali negli allevamenti intensivi. Questa opera ha sollevato questioni morali e legislative precedentemente trascurate, catalizzando un cambiamento nella coscienza collettiva e inducendo il governo britannico a intraprendere azioni concrete. La commissione guidata da Roger Brambell ha gettato le basi per un nuovo approccio al benessere animale, delineando le “cinque libertà” fondamentali, che da allora sono diventate pilastri per lo sviluppo di normative a tutela degli animali in tutto il mondo. Negli ultimi anni il settore degli allevamenti intensivi nell’Unione Europea ha subìto grandi trasformazioni a favore del benessere animale e dell’ambiente, ma non sono in molti a saperlo. Nell’UE l’industria avicola è stata la prima a recepire questi standard con la Direttiva ovaiole, che imponeva l’uso di gabbie arricchite per le galline. In Italia, sono stati stabiliti dei criteri ulteriori di certificazione del benessere animale tramite il metodo CReNBA. Si tratta di una sorta di check list elaborata dall’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, sede del Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale (CReNBA), ora confluito nel sistema ClassyFarm. Quest’ultimo è un sistema di valutazione che valuta ulteriori aspetti oltre al benessere animale, come la biosicurezza, gli indicatori sanitari e produttivi, l’alimentazione e l’uso di farmaci. Naturalmente, il mio viaggio mi ha condotto presso un vasto allevamento intensivo di bovine da latte. L’intenzione dietro questa visita era quella di approfondire (e divulgare) gli aspetti meno noti di tale sistema produttivo.
(Grazie a Giulia Corsini, veterinaria, autrice del libro Salvare gli animali. Il viaggio di una veterinaria per decifrare il mistero del rapporto uomo-animale. Utet 2024)







