Non tutte le galline hanno l’istinto materno: se decidono di covare le uova fecondate si fanno venire una febbre che dura fino alla schiusa. In ogni modo le nostre non covavano e un paio erano già state fatte fuori dalla volpe. Allora Alice, mia figlia, decisa a combattere l’inverno demografico nel pollaio, ha costruito un’incubatrice. Una scatola munita di parete di plexiglass e lampada con timer è stata collocata in mezzo al salotto di casa: dentro sei uova sottratte dalle nostre salvatrici, senza sapere se fossero fecondate o meno, contrassegnate con un pennarello, girate a intervalli di tempo regolari, per assicurare la giusta esposizione alla luce e al calore artificiali. Nessuno credeva davvero che sarebbe nato qualcosa in salotto e invece una mattina , dentro la scatola, abbiamo trovato un pulcino, nero. E’ scoppiata un’ilarità incredula, un corri a vedere, occhi a mezz’asta pieni di sonno, capelli per aria e pigiami, come quando ti svegli che fuori ha nevicato. Il mistero di quel che accade nottetempo. Pochi minuti di festa e un uovo accanto ai cocci del primo si è messo a ballare. E Bakunin, così era stato subito battezzato, si è messo di impegno e di istinto a fare l’ostetrico e beccare la crepa sul guscio del suo gemello. Becca e spingi, e crack, eccotene un altro. Giallo, stavolta, quasi albino. Zippato. Si è srotolato come uno yogi che fa stretching, bagnato come un pulcino deve essere. Apollo era un nome troppo scemo, gli è stato imposto quello di Febo. Dopo un mese e mezzo si è capito che erano galli, tutti e due. Troppi a cantare dentro una casa di città: hanno raggiunto la famiglia in campagna.








