Mi racconta cosa fa la Fondazione Invernizzi?
“Per comprendere cosa fa la Fondazione Invernizzi, è necessario partire dal suo Statuto che così recita: “…di attuare iniziative e manifestazioni scientifiche e culturali nei campi dell’economia, delle scienze alimentari e della medicina-chirurgia, nel pieno rispetto e con tutela delle tradizioni nazionali e dell’insegnamento della Chiesa Cattolica”.”
Quindi anche progetti dir ricerca?
Sì, le disponibilità finanziarie residue – fatti salvi i vincoli testamentari – vengono infatti utilizzate in progetti di ricerca, a cadenza quinquennale.
In quale ambito?
In ambito socio-economico a favore dell’Università Bocconi di Milano. In ambito agro-alimentare a favore della Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. In ambito medico-sanitario a favore della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Statale di Milano. In via del tutto recente, anche grazie alla cresciuta disponibilità finanziaria, la Fondazione ha in corso l’attivazione di iniziative – non più limitate alle 3 Università sopra citate – volte a migliorare la conoscenza del sistema agro-alimentare in Italia e nel mondo (e comunque di interesse culturale), a sostenere giovani dottorandi-ricercatori a fronte del crescente costo della vita e a supportare iniziative sociali di aiuto alle persone fragili.
“Partiamo dall’impegno di migliorare la conoscenza del sistema agroalimentare italiano. Qual è il suo stato di salute, c’qualcosa che non va e si potrebbe migliorare?”
“Come spesso si dice… tutto può essere migliorato… quindi anche il sistema agroalimentare italiano. Per farlo, almeno in termini di auspicio, è anzitutto necessario conoscerlo.
Allora vediamo i punti forza?
I suoi punti di forza sono nelle variegate condizioni pedo-climatiche favorevoli – specie ai fini qualitativi – alle numerose attività agricole: vite, olivo, frutta, orticole e talora di cereali e attività quelle zootecniche. Cui si può sicuramente aggiungere la tradizionale ed elevata capacità di imprenditori e maestranze.
Andiamo ai lati dolenti…
I suoi punti di debolezza che sono insiti nella conformazione orografica (con prevalenza di montagna-collina), nelle difficoltà per la gestione degli eccessi climatici (gelate, siccità o ristagni di umidità ecc.), ma anche nelle modeste dimensioni delle aziende e nella inadeguata disponibilità e competenza delle maestranze che la cronica inefficienza organizzativa e dei servizi di assistenza tecnica non aiutano a risolvere. Non si possono, infine, trascurare la crescente burocratizzazione e avversione dei consumatori ai sistemi intensivi.
Tutto questo significa costi?
Sì, tutto ciò porta a costi produttivi tendenzialmente elevati, rispetto ai concorrenti europei ed extraeuropei, che impongono di privilegiare le produzioni di qualità: vino, olio, grano duro, orto-frutta, prodotti lattiero caseari e delle carni conservate che rappresentano il cosiddetto “made in Italy”; questo è di sicuro successo all’estero, ma da non rendere esclusivo affinché i prezzi elevati non escludano i meno abbienti.
Ok, come lo miglioriamo?
Parlare di come migliorare il sistema agro-alimentare italiano, a fronte di tali e tante variabili coinvolte, sarebbe velleitario per non dire improponibile. Mi limito quindi a richiamare alcuni suggerimenti riconosciuti utili, soprattutto per contrastare i punti di debolezza. In primo luogo, ogni possibile sforzo per diffondere la consapevolezza – in contrasto con le organizzazioni “ambientaliste” – che gli obiettivi principali, cioè la sicurezza alimentare e la contemporanea salvaguardia ambientale – oltre a prezzi accettabili – sono conseguibili solo con sistemi di produzione intensivi (vedi FAO, 2023).
Se la può consolare, sono d’accordo, poi?
Sempre in termini di consapevolezza da conseguire, vedrei bene quella che un buon grado di intensificazione – variabile da caso a caso – non è necessariamente in contrasto con l’elevato livello qualitativo delle produzioni italiane.
Spieghiamo…
In termini di miglioramento a livello operativo, farei distinzione fra istituzioni e mondo agricolo.
Istituzioni?
Allora, alle prime si chiede un maggiore sostegno a ricerca e assistenza tecnica (per una sempre maggiore “precisione”), meno burocrazia e più attenzione al merito negli interventi di sostegno alle aziende, senza trascurare la creazione di condizioni di vita più favorevoli a quanti – praticando l’agricoltura in aree disagiate di pianura, collina e montagna – contribuiscono alla salvaguardia ad ampio raggio dei territori ecc.
Al mondo agricolo?
Al secondo è chiesto un aumento delle competenze, della disponibilità all’innovazione (tecnologia), della attenzione agli aspetti della qualità (fra cui vi sono anche la salubrità degli alimenti e il rispetto dell’ambiente), ma anche ad accrescere la propensione per forme di cooperazione che facilitino la soluzione di non pochi problemi: da quelli di mercato, alla meccanizzazione e produzione di energia sempre più sofisticate, alle forme di economia circolare anche a livello territoriale ecc.
Domanda. Non trova che purtroppo si fatica a migliorare perché sull’agricoltura grava un immaginario vetusto che ci fa rimpiangere i bei tempi andati, prediligere dei fantomatici prodotti del contadino sotto casa, e quindi ogni volta la ricerca mette in campo nuovi prodotti e tecnologie il cittadino è sospettoso? Una volta è l’agricoltura intensiva, un’altra volta le biotecnologie, un’altra volta i concimi, ecc.
Per chi come me era già relativamente consapevole nell’immediato dopo-guerra e viveva in una cascina della campagna cremonese – in realtà figlio del “padrone”, ma sempre a giocare con i figli dei salariati – non è difficile ricordare quali fossero le condizioni di vita del tempo, specie dei dipendenti. Circa la fantomatica “bontà” degli alimenti del tempo, certamente ricordo ottimi salumi, formaggi, polli e uova fra i prodotti animali; tuttavia, i salumi erano tali fino ad inizio primavera, mentre del formaggio – avendo un piccolo caseificio in azienda – ricordo che avevamo soprattutto gli scarti (per gonfiore) da mangiare.
Immagino che lo stesso discorso si possa fare per altri prodotti?
Venendo agli alimenti di origine vegetale, pane e polenta erano migliori degli attuali? Forse sì, ma non necessariamente perché frumento e mais fossero tali; assai più probabile la preparazione domestico-artigianale. Dall’orto venivano certamente ortaggi di stagione, quindi di buona qualità; per contro , chi poteva permettersi piante da frutto? E per coprire quali stagioni? Per favore non parliamo poi del vino, rigorosamente prodotto pigiando l’uva in ciascuna famiglia; forse la ragione della pessima qualità era nell’area poco propizia all’uva, ma il vino buono ho iniziato a berlo dopo gli anni ’60 o ’70 (non voglio con ciò escludere che in altre aree già vi fosse, ma a che prezzi?).
Ma la quantità?
Certo, proviamo a vedere la disponibilità di tali alimenti, ma non limitandoci alle famiglie più abbienti (quante erano di quel 40% ed oltre della popolazione rurale di allora?). In parte lo si è già detto con riferimento alla qualità, ma facciamone un qualche esempio senza la pretesa di essere esaustivi. Una bovina da latte produceva 3500-4000 litri per lattazione, una gallina 50-60 uova l’anno e in parte servivano per la cova (e dei pulcini nati, quanti raggiungevano la maturità fra malattie, faine, volpi e bipedi “parassiti”?); dunque, quali potevano essere le disponibilità di alimenti da animali per i meno abbienti? Lo stesso dicasi per la superficie dell’orto e per il tempo di accudirlo, entrambi non certo sufficienti a soddisfare le necessità.
C’è differenza con l’oggi….
Ben diversa la situazione odierna, poiché tutte le persone ragionevoli constatano ogni giorno che è possibile acquistare “quasi” tutto quello che desiderano. A fronte di ciò, non mi si dica che i prezzi sono oggi impossibili; sarà pure vero, ma a quei tempi una famiglia spendeva il 40% e oltre del suo reddito per cibarsi, mentre ora basta poco più del 20%.
Dunque, appare del tutto ingiustificata la narrazione “dei bei tempi che furono”, narrazione che peraltro trova la sua spiegazione in due circostanze: l’incapacità di comprendere il significato dei mutamenti tecnico-scientifici e, non meno importante, l’attitudine al “politically correct” con finalità antisistema e complottiste.
Sì, immagino
Un qualche motivo di preoccupazione, tuttavia, non è fuori luogo, tenuto conto di un qualche episodio increscioso degli ultimi 50-60 anni; non pare, peraltro, che ciò possa giustificare nulla più di una ragionevole prudenza (specie alla luce del fatto che i sistemi pubblici di controllo – a salvaguardia del consumatore – hanno fatto passi da gigante: EFSA, NAS, servizi veterinari, antifrodi ecc.).
Sono quindi giustificabili le posizioni contrarie alla cosiddetta agricoltura convenzionale.
Tutto ciò che di positivo si è detto esservi a favore del consumatore, è “semplicemente” il frutto di quanto lui teme o snobba: cioè l’intensificazione sostenibile che – a sua volta – è frutto di genetica-biotecnologie, fertilizzanti, agrofarmaci, antibiotici ecc., ma soprattutto di una meccanizzazione sempre crescente per complessità e possibilità di attuare una agricoltura di precisione. Al contrario, quanto ritenuto negativo, soprattutto per la salute dell’uomo e per l’equilibrio dei sistemi naturali, se da un lato merita l’attenzione del consumatore, d’altro canto è sempre più “sotto la lente” di scienza e tecnica per minimizzarlo. In particolare, lo dimostrano gli utilizzi sempre più precisi dei mezzi di produzione e le risultanze dei controlli sugli alimenti (molto rari i residui a rischio di pesticidi, antibiotici ecc., ma anche i patogeni), nonché sull’impatto ambientale (essendo minori le aree naturali occupate, le emissioni di gas serra ed i fenomeni di inquinamento).
Vorrei concludere di questo grande e variopinto e sfaccettato Continente che è L’Africa. Mi dice dove lavorate? Quale la situazione, che progetti avete realizzato?
“Quando nel 1965, dopo la laurea in Scienze Agrarie, mi posi il dilemma: proseguire la vita (sognata) di agricoltore, oppure dedicarmi alla ricerca, fra le motivazioni di quest’ultima scelta vi fu anche quella di poter aiutare tecnicamente i Paesi in via di sviluppo (ora Paesi a Basso Reddito o PBR).
Come?
Dapprima ebbi modo di occuparmi di questi Paesi per il tramite di studenti stranieri con i quali collaboravo a lavori di tesi; fra il 1984 e 1986 ebbi modo di trascorrere alcuni mesi in Uganda per una ricerca sul settore agro-zootecnico della Karamoja (fra Uganda e Kenya). Come spesso si dice: “impara l’arte e mettila da parte” e così ho fatto per anni con altri piccoli interventi in Etiopia, Albania, Bulgaria, Bolivia, ma soprattutto seguendo studenti provenienti da PBR per le loro tesi di laurea. Solo al limitare della pensione (2011) giunse l’occasione propizia: la Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi prospettò, alle 3 Università milanesi destinatarie del suo supporto finanziario (Bocconi, Cattolica-Agraria e Statale-Medicina), un progetto quinquennale finalizzato ad EXPO 2015. Essendo il tema “Feeding the planet: energy for life”, divenne per me giocoforza presentare un progetto dal titolo : “Produzione di cibo appropriato: sufficiente, sicuro e sostenibile” al quale hanno contribuito alcuni Istituti della Facoltà d’Agraria di Piacenza. Il comune obiettivo era di non andare nei PBR ad operare, ma attivare piccoli Centri pilota. Questi hanno il pregio di essere formati da tecnici locali, da responsabilizzare con un supporto tecnico-scientifico e finanziario, entrambi necessari per avviare l’innovazione che faccia uscire l’agricoltura dalla sussistenza e così contrastare la malnutrizione.
Dove si sta operando?
Oltre all’India, si sta ora operando nella RD del Congo, nel Kasai Orientale, facendo perno su un mio tesista congolese (anche sacerdote), al quale è demandato il coordinamento del Centro Pilota che ha l’obiettivo di permetterci di “operare con l’Africa”, non già di “lavorare noi per l’Africa”. In certa misura, tale obiettivo, non è così lontano dalle ipotesi di partenariato (lavorare con loro) presenti nel piano Mattei; semmai, la nostra attenzione è volta a raggiungere – sia pure per interposta persona – i contadini nelle loro capanne (e non solo le istituzioni del Paese, spesso inadeguate). È questa una fase critica e indispensabile per sostenerli efficacemente nella “tremenda” transizione: cioè il passaggio dalla sussistenza all’innovazione tecnologica.
Come sta andando?
Premesso che in questo Centro pilota, avviato nel 2012, solo ora si cominciano a vedere i primi abbozzi di “autonomia”, abbiamo sostenuto l’acquisizione di mezzi di traporto, di computer e altre attrezzature; unitamente alla costruzione di alcuni edifici da usare come magazzini, per l’allevamento di polli, per la lavorazione della palma da olio ecc. Ancora più importante è stata la costituzione – fra famiglie affini – di gruppi di mutuo soccorso (self help groups), fondamentali nei successivi passaggi aventi il preciso scopo di favorire la consapevolezza e il senso di responsabilità (fra i grossi limiti di queste popolazioni con un basso livello educativo-culturale). A tale scopo sono state avviate attività formative, sia di tipo agricolo e sia di cultura generale; inoltre, si è proceduto con attività sperimentali aventi finalità dimostrative – circa l’utilità delle tecniche innovative – riguardanti la coltivazione della manioca e del fagiolino dell’occhio, del caffè e della palma da olio, l’allestimento di vivai per produrre piantine da frutto e forestali, l’allevamento di ovaiole e broiler, la conservazione delle granaglie preservandole da insetti e muffe, ecc.
Ma continui pure, senza ecc.
Oltre a queste iniziative di tipo agricolo, altre hanno riguardato il miglioramento della salute con l’educazione igienico-sanitaria, la produzione locale di filtri a sabbia per potabilizzare l’acqua, la razionalizzazione dei fuochi usati per cucinare e così ridurre il consumo di legno (e la deforestazione), ma soprattutto i fumi causa di malattie respiratorie. Di particolare rilievo, in questo ambito, la produzione “artigianale” di una miscela di farine – ormai nota come Santé per gli evidenti effetti positivi – con ingredienti unicamente locali e destinata ad integrare la dieta dei bambini durante lo svezzamento e i primi 5 anni di vita (le fasi più critiche per evitare la malnutrizione).
Vuole concludere con un appello?
Premesso che un qualche ulteriore tentativo in questa direzione stiamo conducendo in Uganda e in Etiopia (Paese nel quale mi recherò il prossimo 15 novembre), mi pare importante concludere con una considerazione: aiutare i PBR è importante per noi e per loro, ma guai a limitarsi ai finanziamenti e alle sfere istituzionali – comunque importanti – poiché si deve raggiungere anche la popolazione, come avviene con i nostri Centri Pilota, che possono rappresentare nuclei di sviluppo autogestito, compatibili con la loro realtà, e per questo potenzialmente in grado di espandersi per emulazione.








