Nel 1964 a un convegno nazionale dell’Istituto di Chimica Ingegneristica, a Pittsburgh, Pennsylvania, fu presentato uno studio che analizzava le fonti di ossigeno per gli astronauti. Lo studio prendeva in considerazione sia la fotosintesi (grazie alle alghe) sia l’elettrolisi dell’acqua. Questo ultimo sistema, come si sa, a tutt’oggi, è quello più efficace e dunque utilizzato.
Quello studio, ormai sessantennale, metteva in evidenza un aspetto interessante. L’idrogeno in eccesso prodotto dall’elettrolisi dell’acqua poteva essere utilizzato insieme all’anidride carbonica e all’ossigeno e all’urea che avanzavano da alcuni batteri del genere Hydrogenomonas. A che scopo? Per produrre proteine di membrana da utilizzare, udite udite, come fonte di cibo.
Capisco, già abbiamo problemi ad accettare la carne coltivata, pensate al cibo prodotto grazie al lavoro di alcuni batteri. Tuttavia, lo studio era interessante e rimase ingiustamente sottovalutato. Ad oggi la dieta dell’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) consiste principalmente di cibo disidratato o refrigerato, rifornito ogni 90 giorni grazie a delivery terrestri. Qualche nutrimento arriva anche da alcune verdure coltivate in orbita sotto luce artificiale. Ma nelle missioni spaziali più lunghe, per esempio verso Marte, sarà impensabile effettuare rifornimenti strada facendo (per mare non ci stanno taverne dice il vecchio adagio napoletano), e visto che il pilota come cantava Ivano Fossati “non porta mai pensieri pesanti” che sarebbero già da soli tutto carico in più, ecc. ecc., insomma non si potranno nemmeno caricare tutti i viveri in stiva.
Quindi si ripropone li problema di come nutrire gli astronauti. E qui, due sono le soluzioni: o ti porti le piante o provi a usare usi batteri.
Del primo aspetto, cioè di come coltivare piante (verdure in massima parte) in condizione non proprio ideali, in assenza di gravità, senza terra, senza concimi, è raccontato benissimo, con chiarezza e dovizia di particolari, nel libro di Stefania De Pascale, uscito da poco, Coltivare patate su Marte (Aboca edizioni).
Stefania De Pascale, che insegna alla facoltà di Agraria, a Portici, col suo team ha mandato alcune piante di insalate sull’ISS. Nel libro racconta i problemi da affrontare per coltivare nello spazio e le affascinanti soluzioni escogitate. Il testo è molto interessante – tra l’altro è adatto a bambini e adulti- e spiega infatti perché coltivando (simbolicamente) il cielo si impara a coltivare in maniera più sostenibile la terra.
Di uguale interesse è l’altro campo di ricerca, quello dei batteri che lavorano con l’idrogeno. La ricerca era stata accantonata, ma di recente, come ha raccontato Philip Maughan, in un bel saggio reportage, apparso su Noema, una starup finlandese, di tecnologia alimentare, la Solar Foods, sta provando a realizzare cibo dal nulla.
In fondo le condizioni climatiche di alcune zone della Finlandia non sono proprio ideali a far crescere le solanacee e altre piante: lì vanno forte gli asparagi. Anche per questo la Solar Foods si è data da fare, ha trovato il batterio ideale, nel Mar Baltico, quasi sotto casa, ed è riuscita a produrre la Solein. Una miscela composta per il 65-70% da proteine (il resto è grasso, fibre e minerali), che contiene ferro e vitamine del gruppo B e può essere utilizzata per legare, addensare ed emulsionare altri alimenti, aggiungendo corpo ed elementi nutrizionali laddove potrebbero altrimenti mancare (pensate alle diete vegane).
Ma la Solein è un cibo? Non è un piatto di pasta, ovvio. Come ha scritto il CEO della Solar Foods, Pasi Vainikka “produciamo un nuovo tipo di grano, che fa una notevole differenza nel sistema, ma alla fine scompare all’interno del cibo”.
La Solar Foods non è l’unica azienda che sta sperimentando nuovi modi di produzione del cibo. Lo so, siamo affezionati ai cibi della tradizione, e quindi faremo la guerra a queste nuove starup, in Italia, siamo specialisti nel bloccare la ricerca, ma anche il resto del mondo si sta muovendo. Per esempio, in America, gli Stati della Florida e dell’Alabama hanno approvato leggi simili a quella italiana, rendendo illegale produrre, vendere o distribuire carne coltivata, strangolando così una tecnologia nascente.
Ma pensate ai deserti, alla Mongolia, posti dove non è possibile irrigare, coltivare nel modo tradizionale, che però hanno molto sole e potrebbero utilizzare l’energia solare per far girare i bioreattori e produrre questa nuova specie di grano.
Insomma, non incuriosirsi per le innovazioni, non sperimentare e bloccare le invenzioni non è mai una buona idea, potremmo dire che è innaturale.







