Il 3 luglio del 1995 moriva suicida Alex Langer. Per impiccarsi scelse un albero di albicocco. La mattina dopo furono trovati alcuni biglietti. Uno recitava: “Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto”. Una sorta di testamento politico. Alex Langer aveva vissuto sposando e proponendo ideali di pace e di convivenza tra i popoli (anche per questo, parlava correntemente cinque lingue).
Il dialogo interetnico fu una sua appassionata battaglia. Dal Sud Tirolo scrisse “è possibile cogliere una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre un piccolo caso provinciale”. Difatti, in Alto Adige, Langer si batté contro quelle che definiva le “gabbie etniche”, cioè il censimento nominativo voluto dagli indipendentisti sudtirolesi che a suo avviso rafforzava la politica di divisione etnica.
Rifiutò sempre di dichiararsi tedesco o italiano, violando la legge che imponeva la dichiarazione d’appartenenza, e fu proprio la sua ostinata obiezione al censimento etnico a impedirgli di essere eletto sindaco di Bolzano, nell’ultimo periodo della sua vita.
Nel 1989 divenne il primo presidente del Gruppo Verde al Parlamento europeo (dove fu rieletto nel 1994). Detestava i nazionalismi, e nei concitati momenti della guerra dei Balcani, fece di tutto per partecipare alle missioni di pace nei territori della ex Jugoslavia.
Nel 1985, in un articolo “I Verdi e la sinistra”, pubblicato sulla rivista culturale Alfabeta (n. 77, ottobre 1985) e poi raccolto nel volume Alfabeta (antologia) 1979-1988 (Bompiani 2012), si interrogò sul movimento verde, sui rischi che avrebbe corso e su come evitarli.
Le sue intuizioni, tuttavia, furono completamente ignorate dai suoi eredi. In questo bell’articolo Alfonso Pascale ricorda le intuizioni e le preoccupazioni di Langer nonché alcune sue riflessioni per liberare il movimento verde da quella corrente minoritaria, divisa tra una vena illuminista e un’altra predicatoria e vana.







