Intervista alla linguista Yasmina Pani
Yasmina Pani è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Cagliari e specializzata in Linguistica storica e Filologia italiana. Di lei dice: da bambina ero una nerd delle materie umanistiche: preferivo un libro a un cartone animato. Oggi insegna ed è molto presente sui social: li usa per ragionare (con strumenti tecnico scientifici) su alcuni temi sensibili. Ha scritto un libro che ho trovato utilissimo per orientarmi: Schwa: una soluzione senza problema. Scienza e bufale sul linguaggio inclusivo (edizioni Ediuni). Ho fatto due chiacchiere con lei.
Io sono uno scrittore, quindi anche per formazione professionale sono attento alle questioni linguistiche, però mi mancano gli strumenti del linguista, diciamo, per semplificare, sono interessato alla lingua perché si costruisce dal basso o almeno fin da piccolo ascoltavo la lingua della strada. Chissà perché mi sembrava un linguaggio più autentico, più creativo, diretto e anche più libero per via delle parolacce: ma erano gli anni ’70. Ti sei una linguista e mi chiedevo come fosse nata la tua passione, da piccola ascoltavi anche tua la voce della strada? Oppure hai seguito altri percorsi?
La passione per la linguistica in sé è arrivata relativamente tardi, perché prima di frequentare l’università non sapevo che questa disciplina esistesse. Ma la lingua è sempre stata la cosa che mi entusiasmava di più.
Come mai?
Intanto leggevo tantissimo, e la cosa che mi piaceva di più era leggere libri un po’ datati e un po’ difficili, perché ci trovavo dentro parole sconosciute e modi di esprimersi che non potevo sentire attorno a me. Poi mi piaceva la grammatica, capire come funziona la lingua, sia la mia che quelle straniere: d’estate mia madre mi comprava l’enigmistica in francese e inglese per bambini ed era uno dei miei passatempi preferiti, così come comparare tra loro le parole delle varie lingue.
Studi classici?
Sì, e dato che ho studiato al liceo classico, la cosa è diventata ancora più forte, perché lo studio delle lingue diventa praticamente la tua attività quotidiana, e stai continuamente riflettendo sui legami tra il greco, il latino e l’italiano, poi ritrovi certe parole anche in inglese e così via. Imparando progressivamente a leggere i testi letterari la cosa si è rafforzata, perché ovviamente la forza della letteratura è nella lingua: la storia più fantasiosa e coinvolgente diventa mediocre e scialba se non è scritta bene, e nello scrivere bene conta soprattutto il linguaggio, la capacità di utilizzarlo nei modi più svariati. Il mio interesse per la lingua, quindi, è molto collegato a quello per la letteratura; infatti, se da un lato osservo la lingua in maniera asettica nei suoi fenomeni e caratteristiche, dall’altro semplicemente ne godo per le sue infinite possibilità e realizzazioni, insomma per la sua bellezza.
Dunque, visto questo doppio sguardo sulla lingua, asettico ed estetico, ne approfitterei subito per una premessa, una cornice, diciamo così: ci sono evidenze scientifiche che la lingua cambi il mondo? Cioè che se uso, o mi forzo ad usare alcune espressioni poi la mia psicologia cambi di conseguenza, oppure è il mondo che cambia e noi assecondiamo linguisticamente i suoi movimenti? Chi parla male pensa male, ma chi parla bene pensa bene?
Questa è una teoria molto antica, che oggi prende il nome di “relativismo linguistico”; ma allo stato attuale non è dimostrata. Gli studi condotti sono in generale poco attendibili per via dei campioni ristretti (qualche centinaio di persone non è rappresentativo di una comunità di parlanti composta da milioni!) e perché non riescono a escludere le tante variabili che possono condizionare le risposte dei soggetti; e in ogni caso non danno mai risultati netti, e soprattutto non danno mai gli stessi risultati quando vengono replicati su soggetti diversi! Quindi dal punto di vista scientifico parliamo del niente.
C’è una riflessione teorica però…
Dal punto di vista della riflessione teorica, è un tema interessante su cui discutere, benché sia evidente che il pensiero è pre-linguistico e prende varie forme. Noi possiamo concepire idee, sensazioni e pensieri per i quali non abbiamo parole nella nostra lingua: non è che se manca la parola manca il concetto. La necessità di esprimere quel concetto porta, semmai, alla nascita della parola. Il linguaggio umano si è infatti sviluppato proprio a questo scopo. Anche basandoci sulla storia recente dell’italiano possiamo notare come siano stati fallimentari i tentativi di cambiare la mentalità eliminando certe parole.
Ti va di fare qualche esempio?
Dagli anni Novanta in poi si è cercato di intervenire sulla percezione sociale di alcune minoranze o di alcuni mestieri introducendo parole nuove per denotarli. Pensiamo alla disabilità: il termine handicappato, che era nato come totalmente neutro (il prestito inglese aveva questo vantaggio), è progressivamente diventato sempre più offensivo, finché abbiamo smesso di usarlo (abbiamo tentato portatore di handicap, ma ovviamente era troppo lungo e non ha preso piede).
Abbiamo introdotto disabile, no?
Che però a quanto pare sta facendo la stessa fine, perché viene usato anche come insulto; ecco che nascono allora altre proposte, come diversamente abile (bocciato quasi subito dalla maggioranza dei disabili stessi) e persona con disabilità (di nuovo troppo lungo). È evidente che il punto non è la parola, che non è mai intrinsecamente positiva o negativa: lo diventa in base all’accezione che noi le diamo.
Spiega.
Se ogni volta diamo alle parole che indicano le persone disabili un’accezione negativa, è perché quella è l’accezione che diamo alla disabilità stessa, quale che sia la parola che la denota. Lo stesso può dirsi del colore della pelle: allo stato attuale io per prima non so che parola dovrei usare per non risultare offensiva. Dopo la rimozione della parola negro, diventata universalmente offensiva perché molto carica di una lunga storia di razzismo e denigrazione, ogni singola parola emersa in seguito è stata oggetto di critiche: extracomunitario, oltre a essere parola imprecisa perché ovviamente può benissimo indicare un cinese o un australiano, è diventata offensiva (ricordiamo tutti l’uso che ne faceva il non compianto Silvio Berlusconi); di colore, che è stata la soluzione politicamente corretta fino a qualche anno fa, è improvvisamente diventata indelicata; nero crea problemi a molti, anche se negli Stati Uniti black è la soluzione più scelta dagli stessi afroamericani. La verità è che, di nuovo, noi ci troviamo in imbarazzo di fronte alla realtà delle persone di origine africana: non sappiamo che farcene, dove metterle, come trattarle, e non vorremmo proprio doverci pensare. Ecco perché non sappiamo come chiamarle, e le parole vengono sostituite ciclicamente. Intanto, la mentalità è rimasta uguale.
A questo proposito, io verso le suddette questioni, ho un atteggiamento quasi superficiale, nel senso di voi dite io eseguo, se una comunità si definisce in un modo e vuole adottare alcune parole, io dico va bene. Secondo te, c’è una soluzione meno superficiale della mia?
Intanto va detto che molto spesso in questi casi non sono nemmeno le comunità stesse a chiedere cambiamenti nella lingua, ma persone ad esse esterne: nel caso della disabilità, per esempio, le associazioni di sordi e ciechi hanno continuato a chiamarsi così nonostante le proposte alternative come non udente e non vedente, puntualmente portate avanti da gente che non rientra nella categoria. Anche quando è la categoria stessa a richiederlo (o meglio, alcuni suoi rappresentanti, dovremmo dire), in ogni caso io credo che sia pericoloso assecondare le richieste di qualcuno solo perché temiamo di offenderlo: il rispetto non si esprime necessariamente con l’accordo, o con l’adeguarsi a un desiderio. Naturalmente, se la richiesta è legittima, sensata e non comporta alcuno sforzo da parte dell’interlocutore, l’eccessiva intransigenza è motivata solo da ragioni ideologiche, e quindi spesso dalla mancanza di rispetto; se la richiesta è però campata in aria e assume i caratteri della pretesa, trovo legittimo che la collettività non accetti così facilmente di modificare le proprie abitudini linguistiche. La soluzione, per me, è sempre la corretta informazione: io faccio divulgazione affinché le persone sappiano che alcune parole sono offensive, e dunque è inopportuno e maleducato usarle, mentre altre non lo sono, e quindi è stupido, se non folle, percepirle come tali.
Riguardo la corretta informazione (non ché il tuo lavoro divulgativo) facciamo un esempio? Di parole che ritieni offensive e altre che non lo sono?
Le parole offensive le riconosciamo tutti come tali: ritardato non può che essere un insulto, mentre handicappato non lo è (se poi qualcuno la usa in quel modo è un altro discorso); negro, anche se è nata come parola puramente denotativa (indicava proprio il colore scuro della pelle), oggi è un insulto, come lo è frocio per gli omosessuali. Ma di colore non può essere considerato offensivo, con buona pace dei dietrologisti che ci vogliono vedere letture psicanalitiche fantasiose. Come non è un insulto trans, anche se adesso sembra che se non dici persona trans (che è esattamente la stessa identica cosa) non sei rispettoso.
Senti, a questo punto una digressione, perché ho una curiosità, nell’ambito della letteratura italiana c’è un personaggio femminile che non ti piace e uno che ti piace tantissimo?
Un personaggio femminile che odio è Lucia Mondella. Naturalmente, all’interno dei Promessi Sposi è un personaggio che ha la sua perfetta ragion d’essere e che non avrebbe potuto essere diverso da come è; ma, personalmente, la trovo insulsa, incapace di reagire agli eventi, troppo ingenua e pudica. Un personaggio che invece amo molto è l’Antigone dell’omonima tragedia di Alfieri, che mi piace perfino di più degli originali greci, perché il linguaggio e il dipanarsi dell’opera la rendono ancora più determinata, coraggiosa e inscalfibile.
Nell’Antigone dell’Alfieri, per rimanere in argomento, il rapporto tra figlia (Antigone) e padre (Edipo) è molto forte, in molte discussioni letterarie e non, ancora oggi, si ignorano questi aspetti relazionali, che so le linee madre figlio, padre figlia o viceversa, si tende a rubricare i comportamenti umani sotto una voce generica, è un peccato, la letteratura una cosa buona ha: affronta il dilemma della complessità, quando funziona, ovvio.
Credo infatti che uno dei motivi per cui la letteratura di qualità è poco rappresentata e poco letta, oggi, sia proprio la complessità di cui rende conto, alla quale non siamo abituati. Questo vale sotto il profilo linguistico come sotto quello dei contenuti: siamo abituati a narrazioni semplici, e a cercare risposte rapide, piuttosto che domande (che è ciò che la letteratura soprattutto offre).
A proposito di domande e risposte scarse, ma la questione linguaggio entra o non entra nella più ampia questione mutazioni antropologiche? Esempio, in una lettera del 1956 alla moglie, lo scrittore (di origine abruzzese) John Fante, in viaggio a Napoli, scrive che le donne napoletane sono tutte maiali. Sporche di sugo e cacca di bambini, vestite di nero, con i seni e il culo che casca per terra. Tuttavia, loda anche l’ideale di maternità che rappresentano, visto la quantità di bambini che tengono in braccio e che allattano e, chiosa, descrivendo quei seni cascanti che alla fin fine eccitano gli uomini. È una descrizione realistica di un ceto sociale povero che faticava a uscire dalla guerra e comunque l’immagine femminile viaggiava ancora tra maiali e mamme. Poi negli ultimi decenni il cambiamento è stato molto marcato, il capitalismo nel bene e nel male ha mosso tanto, portando comunque nuovi ceti e nuove figure, prima destinate a curiosità descrittive, ad essere protagonisti. Da qui anche nuove proposte linguistiche per affermare il ruolo nuovo sul mercato: si fanno distinzioni, si cercano parole nuove per dire io ci sono e mi rappresento. Scusa la lunga premessa, ma la domanda è: non è che a forza di dire io e cercare parole adatte ci stiamo perdendo i conflitti in campo? Una persona che fatica a camminare, in qualunque modo vogliono chiamarla, faticherà a camminare, soprattutto a Roma, non sarebbe meglio concentrare di più la nostra attenzione sull’eliminazione delle barriere architettoniche, sulle macchine sul marciapiede, vera causa di disagio e meno sul linguaggio? Altrimenti temo che troviamo la parola non offensiva che non ci mette in imbarazzo e non guardiamo al disagio delle persone che non riescono a camminare causa SUV e altro.
Le parole nuove per indicare nuove realtà (o realtà già esistenti che prima venivano occultate o marginalizzate) nascono sempre, perché è una necessità dei parlanti: se una data cosa esiste e noi vi entriamo in contatto tutti i giorni, abbiamo bisogno di avere un nome per riferirci a essa. È quindi anche normale che se la percezione di quella cosa cambia nel tempo, per esempio passando da negativa a positiva, o anche solo neutra (come, per esempio, la persona omosessuale, che progressivamente, si spera, verrà considerata sempre più una persona come le altre), possano cambiare anche le parole che la denotano: è normale insomma che noi persone civili non ci sogniamo nemmeno di usare la parola frocio, perché non intendiamo insultare gli omosessuali. Ciò che invece è peculiare, in questo periodo, è che si pretenda di fare l’operazione inversa: far precedere il mutamento linguistico a quello culturale. Questo, inevitabilmente, sposta l’attenzione, appunto, dalla barriera architettonica alla parola per designare le persone disabili. È difficile non riflettere sulle implicazioni politiche, oltre che sociali, di questa tendenza.
Ci vogliamo riflettere?
Credo che abbiamo osservato tutti come l’opinione pubblica tenda a venir catturata da notizie irrilevanti, mentre si lascia scorrere addosso decisioni politiche cruciali, eventi terribili, dichiarazioni inaccettabili da parte dei rappresentanti delle istituzioni: recentemente pare che tutti abbiano come massima priorità la vita sentimentale di un’imprenditrice e influencer, per esempio, mentre sembrano poco interessati all’operato del Parlamento, che si avvia verso modifiche costituzionali potenzialmente catastrofiche. In un quadro come questo, dobbiamo domandarci a che scopo una compagine sociale che si definisce progressista e di sinistra getti sistematicamente fumo negli occhi dei cittadini, incaponendosi su questioni di lana caprina, alle quali sembriamo abboccare senza eccezione. Basti pensare alla recente proposta, giunta da alcuni parlamentari del PD, di modificare il nome della Camera in “Camera dei deputati e delle deputate”: a chi giovano simili azioni? L’incompetenza è una risposta che può soddisfarci solo fino a un certo punto.
E per finire facciamo una proiezione nel futuro, partendo dalle tendenze del presente vuoi provare a immaginare una letteratura e una lingua del futuro prossimo?
Una letteratura è per me, purtroppo, difficile da immaginare. I libri di qualità vendono poco, e gli editori, per sopravvivere, investono largamente in autori e progetti di valore quasi nullo. Pertanto, se dovessi fare una previsione, sarebbe poco ottimistica. La lingua è altrettanto in difficoltà, ma ha il grande vantaggio di svilupparsi e adattarsi autonomamente alle situazioni e ai bisogni della comunità linguistica. Tuttavia, temo che l’italiano continuerà a procedere sulla strada in cui si trova ora, eccedendo negli anglismi e nella semplificazione.








