Il professore e zootecnico Giuseppe Bertone sul sito dei Georgofili, il 22 gennaio analizza un documento del WWF: Al via la meat free week promossa dal WWF, precisando e contestando alcuni dati quivi riportati.
Riportiamo due affermazioni degne di nota, di quelle più facilmente entrano nel dibattito pubblico, con precisazione di Giuseppe Bertone. Anche qui, una premessa: dovendo fare una proiezione nel futuro in base alla sensibilità che oggi stiamo riscontrando verso gli animali, si può ipotizzare che un mondo senza o un ridottissimo consumo di carne sia possibile. L’affezione verso gli animali domestici, sempre meno tradizionali (c’è chi cura e tratta come animali da compagnia anche maiali, cinghiali) e più esotici, questa affezione è ovunque crescente. La vita media si allunga e molte persone superate una certa età cominciano a fare a meno della carne o a ridurne il consumo.
Di conseguenza un mondo improntato al vegetarismo non è improbabile e forse per ragioni legate alla sensibilità nemmeno improponibile. Sicuro che non avverrà domani, per vari motivi, il primo è che ci sono ancora molte carenze alimentari in giro per il mondo e le persone che ne soffrono potrebbero peggiorare la loro situazione rinunciando alla carne. Vista la crescita della popolazione ancora in corso che riguarderà soprattutto il continente Africano e in parte dello Asiatico, ci si aspetta per il 2050 un ulteriore 20% di aumento del fabbisogno di proteine animali. Secondo, abbiamo bisogno di proteine derivate dalla carne (in caso di dieta vegetariana o vegana, le linee guide e il buon senso consigliano l’uso di integratori, soprattutto nelle fasce di età giovani).
Allo stato dell’arte, possiamo certamente analizzare alcune convinzioni sugli allevamenti intensivi. A proposito di allevamenti intensivi, è utile infatti sottolineare dei paradossi, anche per capire qual è la base di partenza per muoversi con più efficacia senza ricattare emotivamente le persone.
“Gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause del cambiamento climatico, responsabili del 16,5% delle emissioni globali di gas serra (cifra paragonabile agli effetti dell’intero settore dei trasporti, considerando treni, macchine, aerei e camion) e del 60% delle emissioni dell’intero settore agroalimentare”.
I dati numerici – dice Giuseppe Bertone- non sono lontani dalla realtà, ma non vi è alcuna relazione con gli allevamenti intensivi; infatti, i dati sulle emissioni corrispondono a quelli di tutti gli animali allevati sul pianeta, come emerge dal documento FAO (2023) che afferma: “A livello globale, la produzione di proteine animali, è associata a un totale di 6,2 Gt CO2eq di emissioni, che costituiscono circa il 12% delle emissioni antropogeniche totali stimate tra 50 e 52 Gt CO2eq nel 2015.” Non sono dunque dati campati in aria, magari solo sovrastimati da parte del documento WWF.
Tuttavia, nei Paesi meno sviluppati è allocato un numero di bovini e ovicaprini che è da 6 a 9 volte superiore a quello dei Paesi sviluppati (FAOSTAT, 2018), quindi la quota delle emissioni di CH4 enterico da parte dei ruminanti è più elevata in Asia (37%), sud America (23%) ed Africa (17%), rispetto ad Europa (10%), nord America (9%) e Oceania (3%) – dati FAOSTAT (2020).
Quindi, per coerenza con questi dati, dobbiamo chiederci è possibile che una esigua minoranza nei 3 continenti Asia, Africa e America Latina possano essere responsabili di gran parte dei GHG mondiali (acronimo di Greenhouse Gas gas a effetto serra).
D’altra parte, è esattamente quanto la FAO (2023) afferma: “La riduzione più significativa delle emissioni, sia assolute che relative, può essere ottenuta dando priorità ai miglioramenti della produttività, non solo per quella animale ma anche ottimizzando l’efficienza in ogni fase della catena di produzione. Il documento FAO del 2023 stima che, se implementati collettivamente, questi miglioramenti (di produttività) potrebbero ridurre significativamente le emissioni del settore zootecnico, pur rispettando l’aspettativa di un ulteriore 20% di aumento del fabbisogno di proteine animali prevista entro il 2050.” Quindi più produttività più efficienza meno emissioni. Ebbene, l’aumento della produttività è, in primo luogo, quanto consentono gli allevamenti intensivi.
La seconda affermazione che si trova nel documento WWF dice che “L’insostenibilità degli allevamenti intensivi è evidente anche dal punto di vista di efficienza nutrizionale: nonostante il 77% dei terreni agricoli mondiali sia dedicato all’allevamento, questi generano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine totali consumate dalla popolazione mondiale.
Quindi molte terre coltivate solo per uso animale che potrebbero essere liberate o coltivate in modo migliore.
I dati numerici – analizza Giuseppe Bertone- sono vicini alla realtà, ma interpretati erroneamente dal WWF; in primo luogo, si minimizza il fatto che il 37% delle proteine consumate dall’uomo provenga dagli animali. Infatti, è a tutti ben noto come sia proprio l’insufficienza di proteine di buona qualità – nei Paesi a Basso Reddito meno del 20% del totale è di origine animale – a causare gran parte dei problemi di malnutrizione nel mondo. In secondo luogo, si omette di precisare che, in realtà, il 65-70% dei terreni agricoli è costituito da praterie-pascoli, difficilmente coltivabili e comunque assai prossimi alle condizioni naturali.
Più precisamente: senza animali queste superfici sarebbero difficilmente coltivabili e in aggiunta va detto che queste superfici verrebbero comunque popolate da animali selvatici (antilopi, gazzelle, gnu, cervi, caprioli ecc.), ugualmente in grado di emettere GHG e rilasciare ammoniaca.
L’articolo completo di Giuseppe Bertone lo trovate qui







