Neanche lo toccavo, il pavimento. Seduta sulla sedia, con i piedi penzoloni e sempre scalzi, anche d’inverno. Ma poco mi importava perché con le mie piccole mani golose stavo già toccando tutto ciò che desideravo: la felicità. Un rettangolo giallo paglierino, con macchie brunastre più o meno intense a seconda dei tempi di cottura. Santino la vendeva a nonna tutte le domeniche. Nonna tornava a casa e la cucinava a fuoco lento. Guardandola ho imparato che è l’amore, il fuoco con cui si cuoce la felicità. E si cuoce senza fretta. Prima, però, dovevo mangiare il pasto principale “La carne ti fa il sangue, serve a farti crescere e le verdure pure”. È così che ho imparato che la felicità arriva sempre alla fine. Prima devi buttare giù tante cose meno buone. Ma poi arriva e posto per lei c’è sempre. Anche quando credi di non farcela più. Toccavo il cielo con un dito. Il suo sapore conteneva tutto: le lunghe passeggiate nei boschi, i funghi raccolti, le mucche nella stalla del nonno, l’erba appena tagliata, la fatica e la bellezza dei sentieri di montagna, le baite, la neve, le mie montagne, la mia casa, la mia famiglia. Nonno che mi cullava sulle sue gambe e mi chiamava “mia nebulina” e che ora non c’era più ma era sempre in quel profumo che la mia bocca voleva contenere per sempre. Era un quadratino di formaggio, un quadratino di Tosella. Per me era un quadratino di mondo intero. Nel corso degli anni, la felicità l’ho persa tante volte ma l’ho anche sempre ritrovata, alla fine. In quella bambina seduta a tavola, con le gambe penzoloni e la bocca piena di Tosella. In quel boccone che contiene tutto il mondo.








