La mia è stata una famiglia piuttosto formale, soprattutto su come si sta a tavola. Poche le regole, ma ferree: schiena dritta, gomito alzato. Soprattutto si mangiava quello che c’era, senza tante storie. Ora, come tutti i bambini, c’è stato un periodo in cui detestavo le verdure: i carciofi, le melanzane, i peperoni e i piselli. Poi si cresce. Oggi adoro i carciofi. Melanzane e peperoni con moderazione, le melanzane meglio se fritte nella parmigiana.
Restano i piselli. Li odio da sempre. Più li odiavo e più ero costretta a mangiarli. Dopo un po’ che stavano lì a raffreddarsi mi sembrano microscopiche mine anti-uomo che a ogni movimento della forchetta minacciano la mia incolumità. Quando comparivano sulla tavola sapevo che iniziava il mio calvario e che dopo il pranzo il mio calvario si sarebbe trasferito in cucina dove insieme alla tata sarei rimasta fino al pomeriggio inoltrato, un pisello e un pezzetto di pane per farmelo ingoiare.
Oggi mangio tutto, ma i piselli rifiuto ancora di mangiarli, anche se potrebbero anche piacermi, oggi. Ma non li mangio per fedeltà a quel che ero.
Nella vita esistono piccole sacche di resistenza, ognuno ha la sua. Sono stupidaggini, spesso invisibili agli occhi degli altri; piccole crociate contro nemici inesistenti che conosciamo solo noi, perché sappiamo cosa c’è dietro. Contro i pisellini c’è la memoria di una piccola resistenza contro non so neanche io cosa. Inutile forse; forse avrei dovuto combattere battaglie più importanti in famiglia, ma le famiglie sono complicate, più facile schiacciare quei cosini verdi. Ancora oggi restano loro a ricordarmi che dietro questa persona perbene ed educata, conforme, c’è un’anima che a volte sa essere dissidente; che per me esiste ancora la possibilità di un ammutinamento, di un’insurrezione silenziosa ma inamovibile. Che nel fondo di me stessa c’è ancora un broncio, un No tondo tondo.








