Siete sicuramente al corrente delle New Genomic Techniques (NGT) che in Italia (anche per non spaventare tanto l’opinione pubblica) sono state ribattezzate in
“Tecnologie di Evoluzione Assistita” e quindi un acronimo più poetico, e cioè TEA.
Queste tecniche fanno parte del settore del miglioramento genetico delle piante coltivate, e sono rubricate sotto la voce biotecnologie. In particolare, le TEA, e non solo loro, sono strumenti innovativi che permettono di migliorare le piante in modo mirato, intervenendo su specifici caratteri, senza alterarne l’identità genetica.
Quando diciamo a gran voce che è necessario coltivare biologico (termine molto suggestivo quanto vago) o comunque in maniera più sostenibile (dunque risparmiando risorse e input), stiamo chiedendo alle biotecnologie di darci una mano a ottenere varietà più resistenti alle malattie, meglio adattate ai cambiamenti climatici, migliorate dal punto di vista qualitativo, e, perché no, capaci di mantenere un forte legame con le tradizioni e i territori di origine, insomma a preservare la vocazione territoriale.
Il nostro Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, con l’iniziativa TEA4IT (finanziata con 10 milioni di euro), attraverso il CREA (punto di riferimento nazionale per le biotecnologie agrarie e coordinatore di una rete che coinvolge Università ed Enti di ricerca pubblici e privati), ci propone un nobile obiettivo: portare in campo piante a noi utili ottenute con le TEA.
Si tratterebbe quindi di riprendere una strada cominciata nel 2018 e già da allora incentrata sul miglioramento delle principali colture del nostro Made in Italy: cereali, orticole, vite, agrumi e specie arboree (sono state realizzati pomodori più tolleranti agli stress, basilico resistente alla peronospora e viti più resistenti a oidio e peronospora) e proseguendo su questa linea, grazie alle TEA, realizzare altre e più innovative ed efficaci varietà, resistenti a malattie e ad altri e vari tipi di stress.
Speriamo bene. Le potenzialità di questa tecnologia (precisa, non invasiva) sono altissime.
Nei decenni scorsi, vuoi per la difficoltà di comunicazione degli scienziati non preparati a spiegare cosa bolliva in pentola, vuoi l’irruenza e spesso l’illogicità di alcuni movimenti ambientalisti, abbiamo perso un treno, quello del DNA ricombinante. Con questa tecnica sono stati ottenuti piante resistesti ad alcuni patogeni e tanto ancora si poteva fare, peccato davvero per le migliaia di ricercatori e scienziati che in questa avventura lavoravano con passione amore per l’agricoltura e si sono visti dipinti come inquinatori assoldati dalle multinazionali.
Speriamo che sia diverso. Speriamo che ricercatori e scienziati riusciranno a comunicare con chiarezza e senza fronzoli cosa stanno facendo nei laboratori e in campo, e quali benefici potremo avere con questi nuovi prodotti.
Anche perché la nostra agricoltura soffre due volte: la prima perché è rappresentata con un immaginario statico, creazionista, come se in campo ci fossero prodotti che vengono direttamente da Adamo ed Eva, che non subiscono cambiamenti perché il mondo non cambia, la seconda perché è costosa (per ragioni varie, alcune legate all’orografia del territorio e al nanismo aziendale).
Le TEA insieme ad altri strumenti sono una delle vie per rendere la nostra agricoltura competitiva, capace di coniugare innovazione scientifica, qualità delle produzioni e tutela del Made in Italy, e di avere anche un ritorno in termini di royalty che non è poco, insomma di soldi generati dalla proprietà intellettuale dei brevetti (che noi vorremmo coniugassero apertura e scambio di saperi e protezione del lavoro di ingegno: è un quadro chiaro europeo può aprire questa strada).
Sperando che non si alzino muri, oggi raccontiamo cosa bolle in pentola (del CREA, preso come punto di riferimento.)








