Quando il Barolo 2021, Etichetta Bianca della Cantina Matteo Ascheri, fu inserito al 67° posto nella prestigiosa classifica Top 100 del 2025 di Wine Spectator, la signora Cristina, la mamma di Matteo Ascheri, disse: grazie, ma non abbiamo lavorato una vita per questo.
Più che una frase legata al mondo del vino, ci è sembrato un insegnamento di vita. Voleva dire: abbiamo lavorato per far conoscere alle persone il nostro vino e non perché una pur prestigiosa rivista dicesse che il nostro vino è buono. Il loro lavoro parte nella seconda metà dell’Ottocento, quando dalla collina La Morra, nella Borgata “Ascheri”, si cominciò a impiantate le prime viti, produrre i primi vini e implementare il “metodo Ascheri” per la palizzatura della vigna.
Possiamo utilizzare questa frase anche per ragioni che vanno oltre il vino, perchè è quasi un programma esistenziale. Ma restando al mondo enologico e alla cantina Ascheri, diciamo che dietro questo lavoro si nasconde un modo di vedere le cose.
Prima di tutto la “cantina urbana” a Bra. (la cantina è sempre la stessa, dal 1880) Un tempo la città era punto strategico difatti il traffico delle merci passava su rotaie e qui si era ben collegati a Torino e Genova. Ora a questa cantina si affianca un delizioso albergo e un’ottima osteria con un cortile interno dove campeggia un sughero che solo a vederlo ti incanti. Un aggregato di servizi, familiare e professionale.
Secondo punto: la produzione è stabile e costante. Un po’ più di 250 mila bottiglie all’anno. Quindi, nella sostanza, ai vigneti originari di La Morra (da cui si ricavano in prevalenza le uve destinate a Barolo, Langhe Nebbiolo, Barbera e Dolcetto) nel tempo sono stati affiancati quelli di Serralunga d’Alba, Verduno e Bra. Poi basta: perché basta?
Gli Acheri non vogliano espandersi e crescere più di tanto, sia perché il binomio quantità uguale qualità non sempre regge, sia perché espandersi significa impattare sull’ambiente e soprattutto non garantire la regolarità del lavoro delle persone arruolate in vigna e in cantina.
Non è superfluo sottolineare che chi lavora nelle cantine Ascheri è regolarmente e direttamente assunto. Senza intermediari (alcuni dei quali molto ambigui) per avere rapporti più duraturi. Loro dichiarano che questi rapporti sono sinceri e si riflettono poi sulla bontà di ciò che viene prodotto. Può essere, ma a noi basta sapere che con l‘assunzione diretta vengono garantiti anche dei diritti. Sappiamo dei tristi scenari che caratterizzano una buona parte dell’agricoltura italiana, quanto made in Italy è prodotto con il lavoro non retribuito, al limite dello schiavismo?
Aggiungiamo che in azienda lavorano persone con disabilità. Anzi, diciamo che sono diversamente abili, sicuramente sono creative e collaborano con professionisti e designer.
Infine le cantine Matteo Acheri stanno provando a dare un senso concreto ad alcune parole diventate col tempo parole quasi amebe, che vogliono dir tutto e niente. Invece di “inclusione” si è scelto di combattere per la parola “partecipazione”, invece di “innovazione” usano “cambiamento”. Insomma, qui sono conviti che sul vino si sprecano molte parole e tante di queste sono usate per emozionare non certo per pensare meglio. Matteo Ascheri si impegna a pensare, dunque a chiarire alcuni aspetti del suo lavoro.
Dice: “Davanti a un vino le scelte sono due: mi piace non mi piace. E successivamente se dovesse piacere, lo compro o non lo compro”.
Provare a fare un buon lavoro e un ottimo vino in questo scenario enologico italiano pieno di belle frasi e concetti esistenziali è complicato. È un lavoro che richiede un modo specifico di vedere le cose. Ci vogliono persone e imprese capaci di spostare il proprio asse, quando tutto attorno cambia e, riflettendo e interrogandosi, scegliere una traiettoria personale anche quando il contesto suggerirebbe di adeguarsi a un formato già pronto, più comodo.
Tanto è vero che le cantine Acheri hanno coniato un neologismo per raccontare quello che vogliano fare e quelle o quelli da cui prendono ispirazioni: gli irregolanti.
Un percorso non ovvio. Non si tratta di venir meno alle regole, anzi ma irregolanti descrive un processo continuo di messa in discussione che, strada facendo, si mostra capace di portare a termine i buoni propositi, settembrini e non.







