Secondo uno studio fatto da EY nel contesto italiano, la convergenza tra sostenibilità agricola e redditività è già possibile soprattutto è misurabile. Purtroppo, resta confinata a una quota minoritaria del settore, lì dove sono presenti condizioni organizzative, tecnologiche e finanziarie adeguate.
Vediamo cosa dicono i numeri a proposito di misurabilità. Secondo lo studio la quota di aziende che riesce a conciliare la sostenibilità ambientale con la redditività è pari solo al 20-25% delle aziende. Nella sostanza quelle più strutturate sono in grado di conciliare.
Ovviamente queste (finora poche) aziende sono un buon esempio, cioè mostrano che la sostenibilità conviene, eccome se conviene. Le aziende analizzate ci dicono che quelle con livelli elevati di sostenibilità mostrano una produttività del lavoro superiore di oltre il 70% (+71,6%) e una redditività quasi doppia rispetto alle aziende con livelli minimi.
Sebbene queste differenze non rappresentino un nesso automatico, rendono poco plausibile l’idea che la sostenibilità comporti inevitabilmente una qualche forma di penalizzazione economica. Al contrario, suggeriscono che la scelta tra sostenibilità e redditività non è tra due alternative; piuttosto, gli sforzi delle imprese risultano ancora poco valorizzati ed economicamente ricompensati.
L’agricoltura di precisione, per esempio, è una pratica utilissima per risparmiare sugli input e produrre meglio e di più. Analizzando le evidenze nazionali e internazionali, EY rileva come si possano ottenere incrementi di redditività superiori al 10%, accompagnati dalla riduzione dell’uso di fertilizzanti fino al 36% e di erbicidi tra il 47% e l’80% adottando tecnologie a dosaggio variabile che come è noto permettono di distribuire l’acqua e i trattamenti dove serve realmente.
In Basilicata, ad esempio, in alcune aziende cerealicole di 50-150 ettari, la gestione di precisione del grano duro ha permesso di ridurre l’impiego di fertilizzanti del 25%, senza registrare alcuna perdita di resa, ma anzi migliorando l’efficienza energetica complessiva del 13% e riducendo l’impatto climatico fino al 18%. Non si tratta di risultati isolati, ma che possono essere replicati in ampie aree produttive dell’Italia meridionale.
Quando alle buone pratiche agricole si aggiungono anche le buone pratiche di filiera, come nel caso delle produzioni DOP e IGP, allora i buoni risultati sono ancora più evidenti: in Italia le produzioni DOP e IGP generano un valore superiore a 19 miliardi di euro. In questi contesti, infatti, contano molto le regole disposte dai disciplinari e il posizionamento commerciale. Queste regole lavorano in sinergia e consentono di trasformare i requisiti ambientali in vantaggio competitivo, riducendo l’esposizione ai rischi tipici dei sistemi non organizzati.
Il paper di EY non si limita tuttavia a fornire i numeri ma individua anche cinque leve di policy per migliorare il binomio sostenibilità e redditività. Sono queste: ampliare l’accesso alle tecnologie; progettare interventi territoriali basati sui risultati e non solo sulle pratiche; incentivare l’integrazione tra pratiche, dati e filiere; riconoscere economicamente il valore della sostenibilità; accompagnare nel tempo la fase di transizione in cui i costi precedono i benefici.
Con la speranza che i risultati del paper EY, veramente molto interessante e analitico, entrino nel dibattito pubblico e, tra le molte chiacchiere, aiutino finalmente a fare un po’ di chiarezza (nonché a fornire i numeri della sostenibilità), lo mettiamo qui per tutti quelli che avessero voglia di leggerlo. Ne vale davvero la pena.
Qui il report completo:








