Nel 1933 George Orwell pubblicò, grazie a un editore di sinistra, Victor Gollancz, uno splendido reportage: Senza un soldo a Parigi e a Londra. Orwell aveva davvero vissuto senza un soldo in queste due città, e dunque, nel reportage analizzava con un’ironia british e un linguaggio tagliente e realistico la vita avventurosa, (nel senso di avventure per svoltare la giornata) dei poveri, nonché le loro difficoltà quotidiane (che molti dei nostri antenati contadini hanno sperimentato): la puzza della miseria, la sporcizia e la difficoltà a liberarsene, perché in certi luoghi anche l’acqua per lavarsi era sporca. A proposito di cibo, nel libro Orwell racconta di quando fu assunto come lavapiatti in un famoso Hotel (di cui non fa il nome, anche sa a suo tempo il proprietario dell’albergo si riconobbe e si innervosì non poco). Dunque per la serie “la cucina di una volta era migliore” (e quando i protocolli HACCP non esistevano), ecco cosa scriveva il nostro George:
“In cucina la sporcizia era anche maggiore. Non è una figura retorica, ma una semplice constatazione di fatto, dire che il cuoco francese sputa nella minestra, se non la deve mangiare lui. Lui è un artista, ma la pulizia non rientra nella sua arte. Fino a un certo punto si può persino dire che è sporco perché è un artista, giacché i piatti, per fare figura, richiedono un trattamento niente affatto igienico. Quando per esempio una bistecca viene presentata al capocuoco per il controllo, lui non la prende con la forchetta, la solleva con le dita e la risbatte giù, fa scorrere sull’orlo del patto il pollice e se lo lecca per sentire com’è il sugo, lo fa di nuovo scorrere e se lo rilecca. Poi fa un passo indietro e contempla il pezzo di carne come un artista contempla un quadro, lo mette a posto con piccole affettuose pressioni delle dita grasse e rosee, che nel corso della mattinata ha leccato centinaia di volte. Quando è soddisfatto prende uno strofinaccio, toglie le impronte dal piatto e lo restituisce al cameriere. E il cameriere naturalmente ficca nel sugo le sue dita, ditacce unte che si passa di continuo fra i capelli impomatati.
Ogni volta che a Parigi un piatto di carne costa più di dieci franchi, diciamo, si può esser certi che è stato palpeggiato in questo modo. Nei ristoranti economici è diverso: lì non ci si dà tanta pena, e la roba, tolta con una forchetta dalla padella, viene buttata su un piatto senza che venga toccata con le mani. Per parlar franco, più si paga un piatto, più sudore e sputo bisogna mangiare.
La sporcizia è inerente ad alberghi e ristoranti, perché l’igiene viene sacrificata alla puntualità e alla bella figura. Si è troppo occupati a preparare i cibi per ricordarsi che dovranno essere mangiati. Un pranzo, per chi lavora in un albergo, è semplicemente une commande, come un uomo che muore di cancro, per il medico, è semplicemente “un caso”. Un cliente ordina, per esempio, un toast imburrato. Qualcuno, oberato di lavoro in una profondissima cantina, deve prepararlo. Come può fermarsi a pensare: “Questo toast qualcuno lo mangerà, bisogna che sia mangiabile”? Lui sa soltanto che il toast deve presentarsi bene ed essere pronto in tre minuti. Dalla fronte gli cadono sul toast grosse gocce di sudore. Perché dovrebbe preoccuparsene? Poi il toast cade sulla segatura sudicia del pavimento. Perché incomodarsi a prepararne un altro? Si fa molto più in fretta a sfregar via la segatura”.
Tratto da: Senza un soldo a Parigi e Londra, George Orwell (edizione Oscar Mondadori, 1984).








