Della mattina del 3 novembre 1975 conservo ancora il ricordo, devo dire abbastanza vivo. Mio padre ascoltava il GR1, la radio era in camera da letto e i miei si stavano preparando, quando mio padre disse a mia madre: stanotte hanno acciss’ a Pasolini. Mia madre rispose: uh, ma tu che dici? Poi andai a scuola.
Ho controllato, il 3 novembre era lunedì, e anche se il giorno dopo all’epoca era ancora festivo (Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate), non credo facemmo ponte e comunque la maestra disse: stanotte è morto uno scrittore, Pasolini, come sapete (disse così, come sapete) era malato. Poi credo che la maestra disse altre cose ma non mi ricordo niente. Però in famiglia se ne parlò di sicuro, altrimenti non conserverei un ricordo così vivo.
“Malato” per la maestra, e per molti altri in quei tempi, voleva dire omossessuale, e tuttavia negli anni ’70, in una piccola città di provincia com’era Caserta, l’omosessualità era anche uno strumento di lotta, un punto di vista nuovo, una politica radicale.
Voglio dire, prima che ci fosse una comunità di riferimento, c’erano solo i gay, che però erano considerati malati e dunque, anche in nome del progresso bisognava portarli fuori da ghetto – che a Caserta poi era un piccolo quadrilatero, vicino alla stazione, una zona buia.
Pasolini quindi ha accompagnato gli anni della nostra formazione culturale, anni di lotta – e a parte che andrebbe ringraziato – è molto difficile non ricordarlo o ignorarlo. Del resto, ognuno conserva pagine o immagini di Pasolini.
Per me sono i versi delle canzoni, una soprattutto, che parla del rapporto tra creatività e tempo (per essere dei poeti bisogna avere tanto tempo), o alcune poesie, tra cui le ceneri di Gramsci- tra l’altro ascoltate in uno spettacolo di Leo de Berardinis, accompagnato da tromba e batteria «Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita”.
Per altri sono i film, le periferie da lui scoperte, l’abiezione di Salò, per altri ancora il corsaro, con la lotta per il progresso ma contro questo tipo di sviluppo. Quest’ultimo, diciamo la verità, è concetto che ha fatto scuola, ma risulta parecchio sofista, e tuttavia in questa posizione c’era un forte accento sulla civiltà contadina scomparsa, un vero genocidio culturale – diceva Pasolini.
Vengo da una famiglia contadina e ho potuto costatare che tanti contadini, fino agli anni ’70, morivano dalla fatica e per le malattie, e rimanevano esclusi dalla vita culturale, anche perché venivano sempre rappresentati come Pappagoni scemi e ottusi. La civiltà contadina era un ghetto vero e proprio. E in questo ghetto era in azione da millenni un genocidio, ed è proprio grazie all’innovazione agricola che possiamo dire di averlo fermato.
Quello che rimane di Pasolini è tanto ed è utile. Tuttavia resta una sorta di patina nel suo pensiero, forse quel profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita si è poi tradotto in un’avversione culturale verso la vita stessa, quando questa, rifacendosi, trasformandosi caoticamente, assumeva nuove forme, non previste.
Una sorta di rimpianto, provocatorio, reazionario, qualche volta utile, alte volte fastidioso, accompagnava il lavoro di Pasolini.
Non so se è colpa di Pasolini, ma sono cresciuto anche accompagnato dal rimpianto. Nemmeno erano finiti gli anni 70 e già rimpiangevamo gli anni 60, anni di lotta, mica di riflusso. Poi c’erano i neo borbonici che rimpiangevano il Regno, poi i latinisti e i grecisti che rimpiangevano l’Impero romano, poi ancora quelli che rimpiangeva le famiglie contadine del tempo che fu e via via, in momenti di abbattimento, io stesso sono arrivato prima a rimpiangere i cacciatori raccoglitori e poi – ed è la mia attuale posizione- sono arrivato a rimpiangere il tempo in cui eravamo imparentati strettamente con i primati, allora con una coscienza minima potevano dedicarsi a occupazioni essenziali, quale la cura di noi stessi e della prole.
E forse in un lontano futuro, stanchi del logorio della vita moderna, ancor accompagnati dall’eco di Pasolini, potremmo aspirare a tornare nelle foreste, adattati al meglio con la natura: certo tutti non ci entriamo, massimo 4/10 milioni di persone, ci tocca fare, e sa, subito una selezione.
Vabbè vedremo, per ora ci tocca occuparci del rapporto tra sviluppo e progresso.







